IL PROBLEMA DELL’IDENTITÀ

Da: I modi e le tematiche del femminismo a Napoli

Atti del Convegno Napoli, 8-15-22 maggio 1980

 

Da parte del movimento femminista la ricerca dell’identità è stata posta in termini diversi dal “problema d’identità” tradizionalmente inteso.

L’immagine dell’individuo sradicato che erra pensoso alla ricerca di un’identità smarrita, cara a tanta cultura maschile, dalla letteratura alla pittura alla musica al cinema, non ha niente a che vedere col problema della donna, che non è stato mai posto in modo astratto, esistenzialista, di “linea di principio”, in poche parole individualistico: il problema dell’identità per la donna coincide con quello della liberazione, che, lo sappiamo, pur essendo avvertito a livello individuale, non può essere affrontato e risolto che in modo collettivo. Inoltre mentre l’uomo, schematizzando, può ad un certo punto “smarrire” una identità frutto di una cultura, di una storia secolare (tralascio di affrontare in questa sede i livelli e i modi di oppressione e di ruolizzazione subiti anche da lui), la donna ad un certo punto può avvertire la sua non appartenenza alla cultura, alla storia, al linguaggio dominante e quindi non “smarrire” l’identità, ma prendere coscienza che essa è qualcosa di cui finalmente vuole e può impossessarsi.

Prima del bisogno dell’identità, siamo passate attraverso la presa di coscienza che la nostra immagine “esterna” era dall’esterno determinata. Questo ha comportato una presa di coscienza della mancanza di autonomia, per cui siamo ricorse alla “separatezza”, allo “stare tra donne” al collettivo e all’autocoscienza per analizzare la nostra condizione e per osservare il reale attorno a noi, partendo dalla contraddizione donna-uomo. Da cui sono emerse, schematizzo ancora, due strade, che a volte sono andate parallele a volte l’una ha preso il sopravvento sull’altra, il cui rapporto reciproco, a volte dialettico, resta problematico: la via dell’emancipazione e quella della liberazione.

La ricerca dell’identità si oppone senza ombra di dubbio alla via dell’emancipazione, a meno che questa ultima non sia vista, e per quello che è vista, all’interno del discorso sulla liberazione. A questo punto il problema dell’identità diviene il nodo centrale della ricerca della donna essendo collegato a tutti i temi trattati dal femminismo: potere, autonomia, professionalità, linguaggio, cultura…, ed è un tema difficile, su cui ci muoviamo con estrema cautela, ancora piene di dubbi, di domande, di perplessità.

Certo è che aver compreso che, per affrontare la vita, l’oppressione, lo sfruttamento, la violenza, per saperci porre in modo “nostro” in rapporto col potere, con le istituzioni, con la professionalità, ci serve la nostra identità, e che questa, se non ha alle spalle un nostro linguaggio, una nostra autonomia, non è possibile raggiungerla, in qualche modo ha fatto sì che capovolgessimo il problema: abbiamo, nella pratica e grazie alla pratica, cercato di rintracciare o di inventarci la nostra autonomia, il nostro linguaggio, la nostra creatività, la nostra cultura, per creare i presupposti dell’identità.

Ed è su questo nesso cultura-identità che svolgerò l’intervento.

Una delle questioni centrali poste dal movimento femminista a Napoli (e non solo) è stata e continua ad essere quella riguardante la “cultura femminile”: l’aver posto l’accento su questa è stato il risultato di una serie di “prese di coscienza”, come l’essersi chiarite fino in fondo che parte del sentirsi indifese e sprovvedute nel ricostruire la propria individuale identità dipende proprio dall’essere prive di memoria collettiva e di consapevolezza della propria Storia.

Non è un caso che ho legato il concetto di “cultura” con quello di “memoria” e di Storia: per noi donne, come per tutte le classi e i gruppi sociali oppressi, il termine “cultura” ha un significato tutto da scoprire, estremamente ricco e vario.

Il concetto di cultura femminile è stato accostato a quello di cultura dei pellerossa o dei neri. A mio avviso ci sono innumerevoli punti in comune, ma, a parte il fatto che anche in quelle culture esiste il problema del rapporto donna-uomo, quelle culture, in qualche momento della loro storia, si sono espresse in pieno e posseggono questo patrimonio, mentre noi dobbiamo creare una nostra cultura che, pare, intera e libera non è mai stata. Ma cosa deve intendersi per “cultura”? E’ cultura solo quella dominante? perché le altre, non essendo libere di crescere e affermarsi, e invece schiacciate oppresse e condizionate, non sono riuscite, nella comune accezione, ad assumere “dignità” culturale?

O è “cultura” anche quando non realizzi una produzione, anche qualora essa non sia “cosciente”? E cosa è questa “produzione”? è solo quella ufficializzata? o anche quella che rimane segreta? E così via.

Evidentemente si intrecciano qui due linee, due concezioni, entrambe legate al termine “cultura”: è innegabile che noi dobbiamo fare i conti col concetto di cultura come comunemente viene inteso e dunque con ciò che le donne hanno prodotto (libri, quadri, ricami, musiche…) ma è anche innegabile che prima dobbiamo fare i conti col concetto di cultura in senso più propriamente “antropologico”. Cioè cultura per molte di noi non è solamente l’elaborazione intellettuale cosciente (e per di più solo se approvata dal sociale) delle esperienze, ma è anche la vita. Ricordiamo che uno dei primi punti di fondamentale importanza per noi è stato affermare “il personale è politico”, che significava in qualche modo anche: “la vita quotidiana, il modo di condurla e analizzarla è cultura”.

Gli interventi che mi hanno preceduto, per esempio, non solo sono essi stessi di natura culturale ma cercano di raccontare, in modo diverso l’uno dall’altro, la cultura che in questi anni il movimento a Napoli ha prodotto, perché non se ne vuole perdere memoria.

Il punto è che aver scoperto in questi anni che in un bosco oltre le querce (alcune maestose la maggior parte no), esistono altri alberi che non ha senso misurare con le querce perché diversi, non chiude il problema che invece, a maggior ragione, va posto, ma in altri termini: bisogna “classificare” comunque la “specie” così come essa si manifesta e secondo i modelli noti (costruiti da e per le querce) e affermare: “questo è l’altro dalle querce”? o, fermo restando l’assunzione del dato, intravvedere come tale specie era — come sarebbe  divenuta,  come può essere — prima che le querce tirassero tutto per sé il nutrimento della terra e opprimessero e devastassero le altre?

Io credo sia necessario far correre parallelamente queste due linee al fine di verificare in qual modo oggi si debba porre la questione della ricerca di uno specifico femminile.

(Evidentemente questo modo di procedere, di analizzare e di domandare non appare strettamente materialistico e mette in crisi il “principio di realtà”, ma l’utopia, pur essendo a volte arma pericolosa per chi la usa, è necessaria e indispensabile per chi non ha potere e che per di più al Potere non aspira).

In breve, una “cultura femminile” da sempre si è espressa, pur se con contraddizioni, ed ha costruito una pratica nel quotidiano-sociale: le manifestazioni nel quotidiano femminile sono state le basi su cui in questi ultimi anni si è lavorato.

Fare autocoscienza ha significato scegliere di partire non da un’immagine astratta della donna, ma da come ciascuna di noi e tutte insieme eravamo, e capire il perché, e porci il problema di come potremmo essere. In questo modo l’autocoscienza ha prodotto cultura, è cultura: affrontando il tema del rapporto tra l’essere e il dover-voler-poter essere, ha prodotto un nuovo modo di essere (ovviamente ancora parziale).

Tale rapporto (tra l’essere e il dover essere) è stato affrontato e svolto in modo del tutto diverso da quello tradizionale (maschile): il problema non era (non è) il rapporto tra un “essere” spontaneo e però manchevole, e un “dover-poter-voler” essere razionalizzato, ma tra un “essere” indotto, e con al suo interno pezzi di verità (che si vogliono afferrare) misti a pezzi di estraneità da cui venivano (vengono) alle donne contraddizioni e autorepressioni, e un “dover essere” come recupero di identità e interezza profonda ma sconosciuta, da costruire senza pregiudizi.

Voglio dire: il movimento femminista ha colto la profonda differenza tra “morale” ed “etica” tra ideologia e . . . non ho un termine adatto, dirò “naturalità”.

In questo senso l’autocoscienza ha prodotto cultura: nel senso cioè che analizzarsi rispetto alla sessualità, ad esempio, ha comportato un “essere” diverse, un porsi in modo diverso nei confronti dell’altro, dell’esterno, del sociale. . . dunque una profonda trasformazione culturale in noi.

Certo tutto ciò è entrato nella coscienza del movimento ma non in ogni singola donna, anche quando di tale movimento sia stata in qualche modo parte attiva (e anche questo è da tener presente).

In questi anni, siamo andate anche attuando una continua storicizzazione della condizione femminile, per capire l’oppressione, lo sfruttamento, la ruolizzazione della donna nella società capitalistica, cioè siamo andate identificando (certo parzialmente) “l’indotto storicizzato”; oggi, senza più grossi timori, ma comunque con estrema cautela, ci avviamo a rintracciare la “femminilità” nel senso della “naturalità” (che non è il banale e fuorviante discorso, per di più mistificatorio, della “spontaneità”, né, in termini femminili, il mito del “transelvaggio”) per capire le radici profonde grazie a cui, volta per volta, varie forme di potere hanno colpito la donna, per capire “l’indotto storico”, in modo che finalmente il nostro corpo, la nostra sensibilità, i nostri sentimenti, la nostra ragione possano emergere da strati e strati di silenzio e di sofferenza. (Naturalmente non dico che a un certo punto emergerà la donna vergine e simbolica: essa certamente, ed è giusto, porterà su di sé tutti i segni della sua storia).

Non si vuole qui discutere su La Donna e poi vedere come ciascuna di noi possa accostarsi a questa ipotetica e astratta immagine, ma affermare “donna è io”, dove “io” è certo il risultato di oppressioni, di condizionamenti, di una educazione, e anche di meccanismi di difesa, di desideri inespressi, ma anche di come a tutto ciò ha risposto il “femminile”.

Ma “donna è io” è qualcosa che ogni donna può affermare? Se sì, c’è per noi la questione di cogliere, di accettare e di capire le differenze, dopo le uguaglianze che si sono trovate tra noi. E: l’accettazione è sempre adesione? è sempre solidarietà? Mi vengono molti problemi. Come la mettiamo con le donne tranquille e adagiate (magari con sofferenze “dentro”) che di fatto accettano e perpetuano ruoli e comportamenti che noi abbiamo rifiutato e che viviamo come “controliberatori”, e che sembrano compromettere tutta la nostra ricerca perché, ripeto, la liberazione non può essere che il frutto di una lotta collettiva se non addirittura generale?

Come la mettiamo con le “poterecce”? Con quelle che sbandierano l’emancipazione, e cioè l’assunzione nel maschile di uno spazio che maschile resta? Con quelle per le quali il “personale” non è “politico”? Nel chiuso di riunioni o di chiacchiere tra compagne siamo severe con queste donne forse per moralismo, per ideologia, eppure avvertiamo comunque un senso di “comune appartenenza”.

Dicevo all’inizio che non basta “classificare la specie”, e dirò non è possibile “classificare” nulla in senso astratto o in base a categorie non proprie, e in più non serve assolutamente o addirittura può costituirsi “contro”.

Se abbiamo bisogno di tutte le nostre storie, della conoscenza e del confronto sincronico, ci serve anche quello diacronico, cioè ci serve conoscere, recuperare a tutti i livelli e in tutte le sue manifestazioni il segno della donna nel passato. Se oggi, grazie al lavoro su noi stesse, siamo riuscite a costruire in qualche modo pezzi della nostra identità, allora serve, oltre alla conoscenza di ciò che stiamo facendo, anche la conoscenza di ciò che hanno prodotto le donne, anche se tale produzione risultasse solo quadro ristretto della ricchezza e della varietà del “sentire” femminile, e anche se spesso essa comprende temi e posizioni, strutture e schemi mediati dal maschile, da esso indotti e accettati poi come unico possibile metro di giudizio con cui misurarsi.

Sempre con l’obiettivo del recupero della memoria, della Storia della donna, sempre al fine di conoscere da più punti di vista la presenza della donna nella Storia, e di rintracciare il suo “vissuto”, da tempo mi interesso del rapporto donna-letteratura.

Su questo ci sarebbe molto da dire e mi piacerebbe in altra sede confrontarmi con altre che pure a questo si interessano.

La produzione femminile letteraria in Italia è pressoché sconosciuta, anzi, tranne pochi nomi, è totalmente sconosciuta; eppure, a quelle di noi che ne hanno iniziato una sistematica ricognizione, essa appare estremamente interessante: innumerevoli sono le opere che andrebbero recuperate e studiate, innumerevoli sono le figure di donne che in epoche particolarmente difficili hanno avuto coscienza di problemi che ancora sono attuali. Ma attenzione: non voglio affermare che si tratta sempre di capolavori dimenticati o malvagiamente sottratti al mondo dalla pervicacia maschile. Il gioco è più complicato, sottile e nascosto, e ci porterebbe ad affrontare temi come: donna-letteratura, donna-scrittura, donna-linguaggio, donna-produzione, donna-editoria.

Una cosa è certa: la ricerca della produzione femminile oggi ci serve perché si pone anche per noi il problema della produzione con maggior urgenza che negli anni passati; anche perché, nella evoluzione/involuzione del sistema capitalistico, il quotidiano è “consumato” e di fatto svuotato di cultura, anche di quella “cultura femminile del quotidiano” di cui sopra, così che il “silenzio” delle donne, che era comunque in passato anche “presenza”, oggi sempre meno ha il senso di una cultura latente ma di fatto operante.

Se oggi abbiamo maggiore coscienza e maggiore volontà di “essere presente”, ci troviamo anche nella necessità di operare in modo più cosciente e razionale perché anche il nostro tradizionale spazio, il quotidiano, dall’esterno ci viene progressivamente sottratto.

Ciò vuol dire anche che oggi ci chiediamo spesso se gli spazi (per la produzione) tradizionalmente maschili rimangano tali perché propri di uno specifico maschile e quindi da scartare o da invadere con la volontà e la coscienza di competere anche su uno spazio non proprio, sistematicamente sottratto alla nostra creatività e fatto consumare anch’esso, oppure se questi spazi siano stati tradizionalmente ritenuti maschili perché usati dagli uomini e quindi da essi connotati, ma oggi, con o contro il consenso delle strutture, sono di fatto anche di competenza femminile a tutto diritto, e quindi, fermo restante una loro riproposizione su misura femminile, se siano da usare fino in fondo come nostri.