Carola Prosperi (Da: Il Novecento, Antologia di scrittrici italiane del primo ventennio, Bulzoni, 1997.)

Carola Prosperi, nata a Torino nel 1883 da padre toscano e da madre torinese,  inizia la sua attività di scrittrice pubblicando racconti sulla Gazzetta del Popolo di Torino intorno al 1903. Nel 1906 pubblica Novelle e fiabe, a cura dell’Unione Maestri di Torino, e nel 1908 la raccolta di novelle, La Profezia. Ma é nel 1911 che comincia a conquistarsi attenzione da parte di critica e pubblico ottenendo il Premio Rovetta con il romanzo La paura di amare, pubblicato nel 1910.  Marzocco ne scrive con ammirazione e Borgese lo accosta a Une vie di Maupassant. Carola Prosperi collabora a vari giornali, tra i quali Il Secolo XX e soprattutto La Stampa, pubblicando “centinaia di novelle” tanto che  G. Deledda scrisse di una sorta di competizione tra lei e Amalia Guglielminetti. Più tardi collabora anche a giornali femminili con romanzi a puntate, alcuni dei quali saranno pubblicati successivamente in volume. Carola Prosperi traduce Colette: La vagabonda, nel 1936, L’ancora, nel 1954. E infine scrive anche racconti per bambini, pubblicandoli spesso nella collana “Zia Mariù” di Paravia[1]. Negli anni  ’60 le Edizioni Paoline rieditano racconti e fiabe per ragazzi, nella collana Girotondo. Sposò il giornalista Pestelli.

Giudizi discreti diedero di lei, oltre Marzocco e Borgese, anche Cecchi, Russo, Rovito, Villani (“racconti forti e originali” “opera che ritrae la verità”). Sul Rizzoli-Larousse Carola Prosperi viene definita autrice di racconti e di “romanzi sentimentali che hanno come protagoniste donne che sognano di evadere dal proprio meschino ambiente familiare e dalla prosaica routine quotidiana”.  Sul  Diz. Enc. della Lett. It. leggiamo: “I personaggi  cari a C. P. sono figure di donne timide e modeste che, chiuse nella monotonia di un’esistenza piccolo-borghese < sognano di evadere>“. In realtà nelle opere di Carola troviamo molto di più.

Per esempio, La nemica dei sogni é un romanzo ambizioso, dove  vengono affrontate molte questioni e dove si cerca di seguire vari punti di vista, tutti al femminile: non c’é un’unica prospettiva narrativa, ma Carola, secondo la lezione verista da lei articolata in modo personale, non dà giudizi nè fa commenti, ma cerca di calarsi in ciascuno dei suoi personaggi, mettendosi nella sua pelle e nella sua anima. Questa scelta precisa, che magari avrebbe avuto bisogno di un’esperienza più matura per raggiungere un pieno risultato, é il limite e il fascino del romanzo. Limite perchè la storia può apparire slegata e le diversità di prospettiva possono rendere confusi certi passaggi, eppure affascinante perché, non esistendo un o una protagonista, di fatto é la storia di tre donne, tutte innamorate dello stesso uomo,  ognuna a suo modo importante, sensibile, capace di amare con forza e anche con generosità. Le loro storie si intrecciano, le mettono una contro l’altra, ciascuna con le sue ragioni. C’é la storia di Eugenia, timida, bruttina e malaticcia, che sposa, con un matrimonio combinato, Giorgio; quella di Teresa, bella e orgogliosa, forte, che ama Giorgio e ne diviene l’amante; quella di Adelina, sorella minore di Teresa che ad un certo punto si innamora di Giorgio. La prima storia offre l’occasione a Carola di trattare del matrimonio combinato, tema già caro a tante scrittrici dell’800[2], che ora é portato ad una coscienza e ad una chiarezza decisamente moderne. Si leggano i pensieri di Eugenia: “Appena sposata egli l’aveva tranquillamente posseduta <…>, presa senza tenerezze, senza delicatezze, quasi senza parole, <…> con l’indifferenza dell’abitudine, con la coscienza del possesso incontrastato ed assoluto. E umilmente ella si era data, senza gemere di dolore, senza gridar di passione. Come una schiava comprata, come un corpo senz’anima. Sempre, nei primi tempi, le loro relazioni erano rimaste così, di maschio padrone e femmina serva” (p. 24-25). Queste parole, sottolineo: queste parole, sono importanti. Sono svelatrici di relazioni non genericamente affettive, ma sessuali, del rapporto dei corpi. Carola non si limita più a rappresentare in astratto o a livello “sentimentale” il rapporto uomo-donna, le disillusioni, i contrasti, ma ne rappresenta la sostanza tramite il rapporto sessuale, il rapporto dei corpi. Un matrimonio combinato, un matrimonio senza amore, la scontatezza del “dovere coniugale”, l’abuso e nello stesso tempo la negazione del desiderio femminile, per Carola non sono concetti astratti, ideologici o sentimentali: essi sono formalizzati nel rapporto sessuale tradizionale di sopraffazione e di frustrazione, insomma di violenza perpetrata e subita. Questa condizione é la norma, é avvertita come norma da Giorgio, e come norma anche da Eugenia. Ma Eugenia ne soffre: non s’interroga Eugenia, ma Carola dando parole a questa condizione fa sì che altre donne si interroghino. Se a questa norma l’uomo sfugge cercando altrove la passione, per le donne le cose sono più complesse: quelle legate alla tradizione, ai costumi, cioè le “oneste” rimangono tutta la vita in questa condizione di disagio, quelle che si giocano la “reputazione” difficilmente saranno vincenti.  Questa condizione é una norma, e a questa norma, l’uomo sfugge con un’altra norma: cerca altrove la passione, trova un’amante.

La sensualità, il desiderio vivo che legittima l’amore é il tratto forte della relazione tra Teresa e Giorgio. Teresa, che ha circa trentanni, é l’amante di Giorgio da quando ne aveva 25. L’ha deciso per amore, senza far calcoli, senza odiare Eugenia, la moglie, paga della sicurezza dell’amore di Giorgio, della fragilità di colei che non avverte neanche come rivale. Ma arriva Adelina, bella, giovane, ingenua, che s’innamora di Giorgio e fa in modo che lui lo capisca. I pensieri di Giorgio appaiono oggi un capolavoro perchè sono esattamente quelli tipici, consueti, ormai di repertorio in un uomo quarantenne o più che si innamora di una ventenne. Superato il desiderio di avere una compagna intelligente al suo fianco, risorgono in lui “gli istinti naturali e legittimi dell’uomo che dev’essere in amore il dominatore, il protettore, la guida, il padrone <…> L’amore non poteva saziarsi soltanto….della compagnia di un esser che ci vale in intelligenza, volontà, visione della vita e propositi per il futuro; no, voleva qualcosa di più delicato, di più sottile, di più raffinato, di più complesso. L’enorme, terribile e insieme deliziosa  responsabilità di far felice una creatura che ci appartiene, il potere sovrumano di farla ridere o piangere a piacimento…tutte le voluttà del possesso incontrastato e assoluto e del dominio illimitato” (p.281). Tuttora, uomini non più giovanissimi, ma anche giovani di certi ambienti, pensano esattamente questo. Carola, nel 1914, lo scrive. E fa dire a Teresa, che per Giorgio é diventata “la nemica”: “Siete così vani voialtri uomini. In fondo eri rimasto lusingato di veder una ragazzina innamorata di te. Quando si comincia ad avere qualche capello grigio si rimane subito inebbriati di queste conquiste inaspettate” (p.301). Adelina sposerà un altro, andrà in altra città ed esce di scena. Esce di scena anche Eugenia che muore. A questo punto Giorgio chiede in moglie Teresa che però rifiuta di costituire un ripiego, e finalmente lui comprende che “la nemica dei sogni” non é Teresa ma la vita. Il finale, drammatico, non é per nulla consolatorio, anzi sottolinea l’impossibilità di essere felici.

Anche L’estranea é un romanzo interessante, ambizioso per le tematiche affrontate e per la struttura narrativa, sempre quella di inseguire varie vite con storie che s’intrecciano, senza scegliere un nodo centrale. Questa volta c’é una protagonista: é Nora, giovane attrice senza vocazione (e lei lo sa), che, alla morte della madre, si ritrova sola, povera e senza prospettive. Orgogliosa e piena di risentimento nei riguardi del padre (che anni prima aveva cacciato la madre, ingiustamente accusata) e del fratello, rifiuta ogni aiuto dalla famiglia e, dopo diverse disavventure, finisce per accettare l’amore di Giulio, amico dolce e sensibile che la ama da tempo. Ma all’ultimo momento si rende conto di non poterlo sposare, perché non l’ama. Grazie all’aiuto di un’amica, impara un nuovo lavoro, nel campo del commercio, così bene che quasi diventa una piccola imprenditrice. Ma arriva, con Guido, il “vero amore” e Nora vi si abbandona in modo totale. Quando si accorge di aspettare un figlio e si vede respinta da Guido, deve decidere se morire o finalmente accettare l’aiuto del fratello. Rientrata così nella casa paterna, acquista danaro e titolo e sposa Guido che, questa volta, trovandosi di fronte il fratello di Nora e trattandosi ora di un matrimonio conveniente, ha acconsentito a fare il “suo dovere di gentiluomo”. Ma anche questa volta non c’é consolazione finale: Nora non sarà felice nel matrimonio e ricorderà di tanto in tanto Giulio, l’unico che l’abbia amata.

Grazie a questa storia, Carola ha modo di rappresentare il mondo delle piccole pensioni fredde e povere degli artisti;  di trattare lo sfiorire delle donne che, non più attraenti, si vedono abbandonate da adoratori di lunga data; di sottolineare l’egoismo di quegli uomini che, gentili e distaccati, in realtà non hanno attenzione verso gli altri, e che dunque possono apparire affascinanti unicamente perchè ricchi e senza problemi reali;  di descrivere l’altra faccia di Torino, la parte dove la miseria conduce alla disperazione senza che vi sia qualcuno che possa aiutarti; di smontare l’immaginario dell’uomo forte e protettivo che viene svelato come violento e possessivo e al suo posto viene invece contrapposto Giulio, unico personaggio maschile positivo perché dolce, colto, dotato di sensibilità e dunque capace di amare una donna. Carola inoltre dimostra quanto sia necessaria la cultura, l’educazione, la formazione ad un lavoro per le donne altrimenti esse si troveranno continuamente in balia di uomini senza scrupoli, come i vari amanti delle amiche di Nora o l’impresario che insidia Nora; dimostra, grazie a Clotilde, fidanzata e poi moglie di Silvio,  la nuova coscienza delle ragazze ricche, che, una volta sottomesse all’autorità familiare e allevate nel romanticismo, nella passività, nell’accettazione del ruolo dominante maschile, ora invece sono più sicure di se stesse, pronte ad assumersi responsabilità, a prendere l’iniziativa in amore. E infine Carola dà voce al desiderio femminile per il corpo dell’uomo amato, e in senso più ampio, dà voce alle percezioni del corpo femminile: sarebbero tanti gli esempi da citare, per sottolineare come non si alluda semplicemente alla passione femminile, nè si glorifichi astrattamente la “naturalità” della donna, ma come vengano cercate e a volte trovate le parole per dire ciò che ancora non era stato detto in letteratura. Per esempio, quando Nora piena di illusioni va all’appuntamento col critico, la descrizione di quel suo sentirsi bene, bella, forte, viva, quella sua benevola accoglienza di fronte gli sguardi di ammirazione degli uomini per strada, quel suo desiderare di incontrare allora il fratello, giusto per farsi vedere così forte, é un piccolo capolavoro di psicologia per la capacità di Carola di cogliere le radici e le manifestazioni della gioia. La cosa importante é che questo stato d’animo di Nora non é (nè é descritto come) parte di pensieri razionali, di desideri intellettuali, ma é parte delle percezioni del corpo. Come percezione della sofferenza del corpo, prima ancora che della testa, é l’abbandono al pianto di Nora quando, tornata alla pensione dopo il catastrofico incontro col critico, attorniata dalle amiche che le danno del vino per farla rilassare, scioglie il suo tormento e :”ebbe una gran voglia di piangere forte, come una bimba percossa, un impeto di malinconia irrefrenabile, il bisogno di chiedere aiuto”. Anche questo é corpo che parla, in una donna orgogliosa, chiusa, riluttante ad abbandonarsi e ad accettare l’aiuto di altri. Voglio dire che Carola non intende alludere all’istinto o al  sentimento delle donne, é ella stessa che possiede la capacità di ascoltare il corpo.

Ci sono molti difetti in questo romanzo e anche molte concessioni ai luoghi comuni: per esempio lo squilibrio del personaggio di Nora, avviato a rappresentare una eroina femminista, che, quando si innamora di Guido, diviene incoerente dal punto di vista della unità narrativa, poco credibile per la verità del personaggio e della storia. Ma come? Ci chiediamo, una donna come Nora che diviene così dipendente? Io credo sia un segno di cedimento questo aderire alle mentalità e alle curiosità romantiche delle lettrici convenzionali, questo ossequio alle convenzioni dell’editoria di consumo. Eppure, bisogna riflettere che le cose stavano proprio così, e che così l’hanno raccontato solo le donne. Penso alla convenzionalità dei personaggi femminili del Verga, di Una peccatrice, di Tigre reale, di Eva o di quelli di D’Annunzio: in ogni caso il protagonista maschio é in primo piano, descritto magari come egoista ma insomma pur sempre intellettuale tormentato e autoreferente. Qui Guido é solo egoista e si intenderà benissimo con Silvio, perché entrambi appartengono alla stessa mentalità e nutrono gli stessi valori, entrambi sanno quando e come fare il “dovere di gentiluomo”. Concludendo, sebbene vi siano dei cedimenti nella struttura narrativa, il piglio é quello di una scrittrice che sa il suo mestiere: entra subito in argomento, fa poche descrizioni ma quelle utili sì, usa in modo appropriato il flash-back per il recupero del passato, costruisce sapientemente il climax, eccetera…

Nei racconti, Carola tende a rappresentare quadri di vita con al centro quasi sempre una donna, a volte vittima a volte indipendente, ma anche scene rappresentative della mentalità e dei comportamenti del tempo, il che le dà modo di alludere anche a convenzioni spesso crudeli e a sottolineare un senso drammatico dell’esistenza per la quale pare non possa esserci riscatto (eredità dei “Vinti” verghiani?), soprattutto per chi é oppresso da problemi materiali. Per esempio in Vocazioni c’é Il primo amore, storia di due giovani che pur innamorati non possono\non vogliono sposarsi perchè spaventati dalla povertà; oppure Maestra di campagna, dove la protagonista, maestra di campagna, stanca dello sfruttamento da parte della famiglia lontana alla quale manda tutti i risparmi, decide di sposare un contadino, dunque compie un sacrificio per sfuggire il quotidiano “dovuto” sacrificio. In I lillà sono fioriti sono interessanti alcuni racconti, come La distruttrice o Dopo il dramma, dove, sia pure con uno sguardo apparentemente convenzionale, la cosa rappresentata non lo é affatto. Si tratta infatti di situazioni delicate, ignorate dal perbenismo dell’epoca, come il tema della prostituzione. Oppure L’insetto e la rosa (il marito viscido e padrone é l’insetto e la moglie, indifesa e priva di risorse ma bella e dolce é la rosa), storia della fuga e del ritorno della moglie da un marito tremendo che non ha mai dubitato del proprio Potere (economico e sociale).

Qui presento due racconti:  da Vocazioni ho scelto Una donna di casa e da  I lillà sono fioriti ho preferito Un uomo solo. Il primo, esemplare come denuncia di una condizione femminile subalterna e senza vie d’uscite, denuncia sia l”oggettività” di tale condizione, sia (e questa lettura é autorizzata dalle altre opere) l’assuefazione colpevole al proprio ruolo da parte della protagonista. Carola ricorre anche alla contrapposizione convenzionale tra le due donne: la moglie buona e l’amante scaltra e interessata. La scrittura però riscatta questa adesione ad un luogo comune: narrato in prima persona, il racconto é scorrevole e piano, non privo di una certa ironia. Il secondo racconto, Un uomo solo, é l’ironico ribaltamento di una vicenda tradizionalmente affidata alla donna. Il protagonista é un uomo solo che ripensando la sua vita si rende conto di essere stato l’amante di donne che l’hanno in qualche modo “usato”, per combattere magari  frustrazioni familiari, e poi abbandonato. Così ora loro hanno famiglia, figli, relazioni sociali, e lui é solo, ingombrante, malato, senza  un amico, privo perfino dell’affetto di colui  che potrebbe essere suo figlio. L’amara conclusione a cui il disgraziato  perviene é che le donne “gli hanno preso gli anni più belli della sua gioventù”.

 

Opere (tra le tantissime, cito):

– Novelle e fiabe, Unione Maestri, Torino, 1905-6

– La profezia, novelle, Torino, Lattes, 1907; 1908

– La paura di amare, romanzo, Torino, Lattes, 1910

– Il cuore in gioco, Milano, Soc. Ed. It., 1911

– La nemica dei sogni, romanzo, Milano, Treves, 1914

– Fragilità, in Appendice al Secolo XX, 1915

– L’estranea, romanzo, Milano, Treves, 1915; 1918

– Vocazioni, novelle, Milano, Treves, 1919

– Dimenticare, Firenze, Battistelli, 1920

– La casa meravigliosa, romanzo, Firenze, Battistelli, 1920

– Amore…amore, novelle, Firenze, Battistelli, <1920>

– I lillà sono fioriti, novelle,  Milano, Treves, 1921

– Il fanciullo feroce, Milano, Treves, 1921

– L’amore di un’altra, Torino, Azienda giornalistica libraria, 1922

– Codaditopo, Racconto per ragazzi, Firenze, Bemporad, 1930

–        id.         Firenze, Marzocco, 1949

–        id.         Firenze, Giunti-Bemporad-Marzocco, 1967; 1968

– La donna forte, Milano-Roma, Rizzoli, 1942

– Amanti nel labirinto, Milano, Rizzoli, 1937; 1942

– L’altro sogno, Milano, Rizzoli, 1942

– La colpa segreta, Milano-Roma, Rizzoli, 1947

– Le due suore, Torino, S.A.S., 1950 (Collana con illustrazioni dei films)

– Angeli senza cielo, Torino, S.A.S., 1952

– L’angelo della televisione, 1956

 

Bibliografia: Rizzoli-Larousse, Diz. En. Let. It., IBI,  CUBI, EBBI, BNI, Borgese; Casati, Manuale..; Cinti; Console;

De Donno; De Michelis; Del Massa; Falqui; FranchiGastaldi-Scano, Marzocco; Morandini; Pellizzi, Le lettere… 1929, in Leonardo 1936, Personè; Pompeati; Rovegnani; Rovito; Russo.

 

 

                                            

                                     Da Vocazioni (Milano, Treves, 1919)  :  Una donna di casa

Può ben  darsi che abbiano ragione gli altri quando dicono che se tutto in casa nostra é andato a rotoli così, la colpa é mia. Io non voglio difendermi, ma neppure posso tacere; voglio dimostrare almeno che ho sempre cercato di evitare l’abisso che ci ha inghiottiti, che ho resistito con tutte le mie deboli forze. Per esempio, alla sera, quando mi mettevo a preparare la cena, mi chiudevo in cucina ed aprivo la finestra per cacciar fuori quel terribile odore di cipolla, che faceva impallidire mio marito di rabbia e di disgusto non appena entrava in casa. Ma il nostro alloggio era così piccolo! Quel terribile odore, io non so come, riempiva la casa lo stesso e si sentiva dappertutto, come se i muri ne fossero impregnati… Paolo appendeva il soprabito ed il cappello all’attaccapanni e intanto mi gridava con voce aspra: “Non puoi tenere le finestre aperte, Maria?” .

E come si fa a tenere le finestre sempre aperte, d’inverno, se i bambini sono delicati, possono prendere la tosse e anche ammalarsi pericolosamente? Paolo non voleva sentirli tossire, e quando qualcuno di essi era ammalato si faceva preparare il letto sull’ottomana dello studio e si tappava lì dentro. Quello era il suo rifugio. Era uno stanzino largo quattro palmi, un vero bugigattolo, con una tavola, qualche sedia, la libreria e l’ottomana; ma lì egli poteva stare solo e indisturbato quanto voleva coi suoi libri e i suoi scartafacci da studente, e quelli che gli servivano per studiare ancora adesso, se voleva ottenere qualche avanzamento nella sua carriera d’impiegato governativo. Ma egli non studiava e gli avanzamenti non giungevano mai. Io son sicura che invece di studiare, quand’era là dentro, stava a meditare col capo tra le mani e i gomiti appoggiati sulla scrivania, oppure guardava nel cortile piccolo e sporco con la fronte appoggiata ai vetri e il viso rabbioso. Ma almeno nessuno lo seccava là dentro, com’egli diceva. I bambini non passavano neppure davanti a quella porta, timorosi com’erano di disturbare il babbo, e in quanto a me non entravo nello studio che per spolverarlo e metterlo in ordine, al mattino, quando Paolo era all’ufficio. Ma no, v’entravo anche altre volte, in occasioni molto angosciose. Trovavo qualche scusa: portargli una lettera arrivata allora, mostrargli il campione di un abitino per i bambini; poi, quand’ero entrata, dopo un momento di spasimo silenzioso, abbassavo gli occhi e gli domandavo se poteva darmi “qualche cosa”. “Qualche cosa” erano i denari. Sempre egli alzava la testa di scatto e batteva un pugno sul tavolo. Pallido di collera mi guardava fisso, cercando di contenersi, ma l’odio tremava nella sua voce:

“Io vorrei solo sapere cosa ne fai, ecco!”

“Credi, Paolo…”. Mi lanciavo in una complicata enumerazione dei generi di prima necessità che ogni mattina dovevo comperare e che costavano tanti e tanti denari, ma egli non mi ascoltava e con la testa tra le mani fissava il tavolo e alzava le spalle quando avevo finito di parlare:

“Vorrei sapere cosa ne fai! Almeno si mangiasse meglio; se i ragazzi fossero un po’ più vestiti, se tu…”.

E’ vero, io non ero mai ben vestita. Mi cucivo di tanto in tanto un abito da me e quando andavo a comperare la stoffa avevo sempre cura di sceglierne una che costasse poco e che fosse d’un colore indeciso, grigio o marrone, uno di quei brutti colori smorti delle stoffe a buon mercato, che si possono sempre tingere, quando sono sciupate. Sapevo bene che Polo avrebbe voluto intorno un donna vestita di rosa e di azzurro, ben pettinata e con le mani gemmate; dei bambini ricciuti e vestiti di bianco, una bella mensa scintillante, coi fiori accanto al piatto: Invece, bisogna dirlo, tutto era brutto da noi: la stanza da pranzo stretta, col soffitto basso, la tappezzeria usata, la tavola misera, con la tovaglia  sempre macchiata; i bambini coi grembiulini logori e rattoppati; io con la mia veste sempre fuori moda. L’unica cosa bella là dentro era lui, Paolo, che pareva sempre giovane, con la sua testa bruna, il viso sbarbato con cura, gli abiti spazzolati e senza macchie, poiché mai e poi mai i bambini avrebbero osato saltargli addosso. Oh, no, non c’erano mai fiori in casa nostra, e tutto, all’infuori di Paolo, era brutto, quasi ignobile. Ma come, come volete voi che io facessi? Tutte le bellezze della vita costano enormemente, e io lottavo dalla mattina alla sera perché quei pochi denari bastassero alle necessità della casa; camminavo per un’ora, a volte, quando volevo risparmiar un soldo; contrattavo pazientemente coi fornitori che mi guardavano tutti di traverso, e quand’ero in casa non pensavo che ad una cosa: risparmiare, risparmiare, risparmiare… Io credo che sia soprattutto quel pensiero tormentoso ostinato e fisso che mi ha allungato e consumato e illividito il viso, stirato le fattezze e spento ogni luce negli occhi. Era un pensiero che mi succhiava il sangue, come un vampiro.

“Ma perché fai quella faccia?… -mi domandava qualche volta mio marito bruscamente, e io capivo allora quanto la mia espressione smarrita gli urtasse i nervi.-  Dio mio, se almeno venendo a casa si avesse intorno qualche faccia allegra! Come si fa a stare volentieri qui dentro?”.

Lui ci stava il meno possibile, e quand’era forzato a rimanervi perché non aveva i soldi necessari per andare al caffè, dava in certi scoppi di rabbia e di furore che mi straziavano:

“Ma che vita, che vita é questa? -egli diceva scrollando il capo e stingendosi le tempie- E’ possibile che tutto sia finito per me? Ma quale maledetto destino é il mio?”.

Parlava sempre del “suo” destino, non già del “nostro”, e non mi ascoltava neppure quando io tentavo di consolarlo, dicendogli che un avanzamento non poteva tardare molto, che i bambini adesso stavano abbastanza bene e che, col tempo, avremmo potuto cambiare casa. Non mi ascoltava, taceva, assorto, ma io sentivo che egli pensava al passato e che si domandava con disperazione: Perché ho sbagliato la mia vita così? Perché mi sono ammogliato? O almeno perché non ho sposato un’altra donna, più ricca, più bella di questa?  E quel pensiero ch’io sentivo benissimo  era il più grande dolore che potessi provare. Ammettevo, purtroppo, ch’egli potesse imprecare contro la nostra mediocrità presente; ma perché rinnegare il passato? Egli mi aveva pure amata e infine io non ero allora tanto spregevole come adesso. Senza essere una bellezza appariscente, ero graziosa, bellina, fresca, ed egli non era stato il primo ad innamorarsi di me. E poi l’avevo forse ingannato? Ero com’ero, con una piccolissima dote e molte virtù casalinghe. Lo amavo ed ero felice di vivere con lui e di consacrargli tutta la mia esistenza. Gli avevo dato tutto, ma ora che la piccola dote era sfumata e la bellezza svanita, sentivo che tutte le  mie altre virtù lo irritavano, che la fedeltà, la dolcezza e la pazienza non avevano più alcun valore per lui… Ma ditemi, ditemi voi, che cos’avrei potuto fare di più?

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Con tutto ciò, saremmo andati avanti lo stesso trascinando la vita insieme fino alla vecchiaia, se lei non fosse venuta in casa ad aprirci l’abisso di sotto ai piedi. Lei era una sua lontana parente, una ragazza di provincia, venuta a Torino per prendere delle lezioni di disegno. Le lezioni erano una scusa: la ragazza, di famiglia agiata, voleva venire a stare in città e abbandonare la casa paterna. I parenti l’avevano indirizzata a noi, chiedendoci di ospitarla mediante il  pagamento di una modesta pensione. Paolo strepitò dapprincipio, perché non voleva in casa quella contadina, com’egli diceva, ma quando la ragazza fu arrivata, si chetò subito e volle anzi che il suo studio fosse cambiato in una stanzetta per l’ospite. Era una giovane snella e bruna, con gli occhi neri, la bocca larga e rossa, lo voce squillante. In principio non lo notai, ma dopo mi accorsi che la sua bellezza aveva qualcosa di provocante e di malvagio, che in tutta la sua persona, nella sua eleganza, nel profumo acuto che portava addosso, nella maniera di pettinare i suoi lucidi ricci neri, nello sguardo troppo brillante, c’era qualcosa di oltraggioso per me. Nello sguardo soprattutto. Ell’aveva un modo speciale di guardare quando abbassava le ciglia voluttuosamente per parlare con mio marito, e ne aveva un altro diverso quando fissava le sue fredde e beffarde pupille su di me, donna umile ed onesta… Anche i miei bambini li guardava così, fredda e beffarda, e si capiva che li avrebbe battuti se l’avesse potuto, tanto le spiacevano. Subito, ella si accinse a schiacciarmi. Veniva in tavola in camicetta scollata, con un mazzo di fiori alla cintura, e diceva che la camicetta le era costata poche lire e il mazzolino due soldi. Sporgeva sulla tovaglia le sue  mani bianche di oziosa e faceva tintinnare i braccialetti dei polsi, dicendo che piuttosto che sporcarsi le mani in cucina ell’avrebbe digiunato. Diceva che aveva vegliato quasi tutta la notte a disegnare, ma che le veglie non lasciavano in lei alcun pallore. Ella non era una donna fragile, oh no! Ogni parola che usciva dalla sua bocca era una menzogna, e mio marito beveva quelle menzogne con l’avidità di un assetato che ha attaccato la bocca all’orlo di un bicchiere colmo. Se ne ubriacò tanto, che anche i suoi occhi divennero lucidi, freddi e malvagi come quelli di lei. Ed io tacevo. Una volta ella disse senza guardarmi: Perché una moglie abbia il diritto di essere amata da suo marito, bisogna che sappia essere un’amante per lui! Io chinai il capo e tacqui, pensando che una donna appassita come me, che ha allattato tre figliuoli, che ha passato innumerevoli notti al loro capezzale, che ha combattuto ogni giorno una lotta contro tutte le necessità, non può più essere un’amante per un  marito bello come il mio. Dunque, non avevo più il diritto di essere amata? E tacevo… Tacevo anche quando mio marito diceva: Eh, quando si ha il tuo buon gusto, Emma! Quando si ha la tua età! Quando si ha la tua salute… la tua freschezza!…

Tacevo, perché avevo paura, io debole e brutta, di loro che erano forti e belli. Temevo di essere, ad una mia sola parola, avvilita per sempre, vilipesa, abbandonata… Fui abbandonata lo stesso…

Una sera non tornarono né l’uno né l’altra, ed io rimasi a tremare sopra una seggiola, mentre Olga, la mia bambina maggiore, una magrolina intelligente e malinconica, faceva scaldare il latte per i suoi fratellini che piagnucolavano spaventati, attaccati alle mie sottane. Non mi ricordo bene che cosa avvenne in quell’epoca, né quanto tempo rimasi a tremare su quella seggiola. Ricordo solo che vennero dei parenti, dei parenti di lui, che sedettero gravi, solenni e severi davanti a me, e che mi diedero torto. Di che cosa? Non lo so. Di essere così umile, forse, e remissiva e appassita e mal messa e onesta ed economa, giacché anche loro mi dissero che una donna deve sempre dominare il proprio marito, essere un’amante per lui, e tenerlo a sé, non soltanto con la virtù, ma anche coi vezzi. Guardavo i miei bambini sparuti, la mia veste consumata e le mie mani di fantesca. Ma con quali, con quali vezzi volete voi ch’io  lo tenessi avvinto a me? Ditemelo voi, con quali?

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Egli é tornato. Si sono messi in mezzo i parenti, i superiori dell’ufficio e gli amici. Un colpo di testa é un colpo di testa e si può perdonare (ho subito capito che tutti lo avevano perdonato), ma non gli potevano permettere di durare a lungo in quella situazione. Emma se n’è andata con un altro, che é ricco ed é giovane più di Paolo, e Paolo é tornato. E’ tornato una sera, senza dar spiegazioni, un po’ più pallido di prima, e ha trovato la solita casa con la tavola apparecchiata, l’odor di mangiare sparso in tutte le stanze, i bimbi coi grembiulini logori, io in cucina, curva sul fornello. Niente é stato detto fra di noi. Egli si é seduto a testa china, con un volto chiuso e tetro, e ha mangiato in silenzio. Olga ha tenuto d’occhio i fratellini, io li ho serviti tutti. Come prima.

Eppure no, c’é qualcosa di diverso. Prima io lo amavo, nonostante tutto, e non solo lo amavo come si ama una giovane e bel marito, ma amavo pure la sua anima, il suo carattere, le stesse sue asprezze, perfino certe sue brutalità. Non sapevo allora che egli mi fosse così nemico, né che desiderasse tanto di vedermi scomparire dalla sua vita. Ora lo so, lo sento e di quel mio amore devoto non mi é più rimasto che un tremito interno, un terrore invincibile e l’intenso desiderio di scomparire per sempre. Se me ne andassi, Olga sarebbe ritirata da una mia cognata vedova e sola, che la terrebbe come una servetta, ma che forse le vorrebbe bene e le lascerebbe ogni cosa. I due maschietti andrebbero con mia suocera in campagna e mi dimenticherebbero presto. E lui… lui sarebbe libero e potrebbe ricominciare  una vita nuova. Ogni giorno mi dico: domani… E ogni giorno faccio sempre le stesse cose: la spesa, la cucina, la pulizia, contratto coi fornitori, faccio fare il compito ai bambini… E quando son sola, la sera, con davanti un mucchio di calze da rammendare, mentre i bambini dormono e Paolo é fuori di casa, io mi ripeto: Domani…Andarmene…morire!… E non posso, non posso ancora… Mi lascio aggirare come una piuma nel vortice terribile e furioso del mio destino e aspetto che faccia la carità di gettarmi fuor della vita. Che volete che possa fare di più una povera, una umile donna di casa?

 

Da I lillà sono fioriti (Milano, Treves, 1921)  :  Un uomo solo

Con un passo molle e stanco egli entrò nelle sale illuminate del Circolo dopo essersi soffermato per un attimo sulla soglia, un poco intimidito, con l’illusione che hanno tutti i convalescenti di vedersi fare accoglienze straordinarie. Invece, nessuno gli venne incontro. Due suoi amici seduti nella prima sala e intenti a leggere, alzarono appena il capo dal giornale per salutarlo con una cordialità rumorosa e indifferente:

“Ciao, Ferni, come va? Sei stato malato, eh? Si vede…”

“Non sei uscito di casa troppo presto? Attento colle imprudenze; con questo tempo!”.

Poi parlarono d’altro e gli diedero parecchie notizie, ma egli ne sentì una sola:

“I Palmi vanno a passare l’inverno al Cairo…”

“Ah, vanno al Cairo?”.

Si sentiva improvvisamente più debole, più stanco, con la fronte sudata, un ronzio molesto negli orecchi, un dolore secco, acuto, insopportabile al cuore, dov’era il suo male:

“Ah, vanno al Cairo?…”

“Non lo sapevi ancora…tu?“.

In quel tu gli parve di sentire un accento di stupore pieno d’ironia che altre volte gli sarebbe stato indifferente e che ora invece gli fece prendere immediatamente a noia i suoi interlocutori e volgere lo sguardo in giro, in cerca di qualche figura più amica.

La figura più amica era Andrea Palmi, che, seduto ad un tavolino nella seconda sala, giocava silenziosamente alle carte con un altro taciturno, sedutogli dirimpetto. Quando Gustavo Ferni gli fu vicino, egli lo salutò con la mano, distrattamente e seccamente, senz’alzare gli occhi:

“Ciao. Guarito? Bravo”.

Egli era un così appassionato giocatore che in quei momenti, a rivolgergli la parola, diventava intrattabile anche col suo migliore amico. Ferni lo sapeva, epperò tacque, rimanendo in piedi accanto al tavolino e guardando con profonda ripugnanza, quasi con odio, la rigida persona del Palmi, i suoi gesti di marionetta, ch’egli conosceva sì bene e da tanto tempo, il capo grigio, il viso in ombra, rugoso, glabro, immobile, dove gli occhi chiari brillavano avidi, e  le mani in luce sul tappeto verde: mani corte, giallastre, gonfie di vene violacee, con le unghie lucide e appuntite… La partita continuava; Andrea Palmi giocava quasi con rabbia, senza muovere altro che le mani, con gli occhi che gli brillavano sempre più; e Ferni comprese ch’era inutile aspettare. Si sentiva parlare animatamente nella prima sala, egli ebbe timore di vedere altri conoscenti, di dover parlare, di sentire dire cose sgradevoli sul suo aspetto, e se ne andò guardingo, passando dalle altre sale vuote per non incontrare nessuno.

“E’ meglio andar a casa” pensò e si rimproverò acerbamente di essere uscito non ostante il divieto del medico.

Fuori piovigginava ancora e faceva freddo; un tempo malinconico da tardo autunno, che lo fece rabbrividir fin nell’anima di tedio e di tristezza e che lo spinse, come un mendico in cerca di compagnia e di calore fino a casa Palmi. La signora, ben rannicchiata in una poltroncina, era nel salotto e tagliava i fogli di un libro nuovo. Ella lo accolse festosamente:

“Oh che cara sorpresa! Io vi credevo ancora a letto…”

“Dovrei esserci, veramente…Siete sola?”

“Sola…Mario é uscito. Andrea…”

“E’ al Circolo, l’ho visto ora”

“Ah, vi siete stato?”

“Per un momento, tanto per non venir qui troppo presto…”.

Ella sorrise, approvò col capo graziosamente, come per ringraziarlo e in quel sorriso e in quel gesto giovanile si attenuò l’espressione altera e fredda che a tutta prima pareva fissata sul suo volto largo e pallido, dal mento troppo grasso, dalla bocca piccola ma appassita, dagli occhi un po’ sporgenti sotto le palpebre flosce. La persona molto formosa ma non sformata, i capelli folti e striati di un grigio argenteo, le mani bianche lisce e paffute, le sue mosse pacate e armoniose, avevano una grazia elegante che potevan farla credere, se non giovane, certo amabile ancora. Accanto a lei, Gustavo Ferni pareva più vecchio assai, specialmente ora, con le tracce della malattia abbastanza visibili nella persona accasciata, nel volto espressivo e fine ancora, ma troppo scialbo e scarno, come disseccato, soffuso di una tinta grigiastra, con le tempie vuote, la carne incisa di rughe profonde intorno agli occhi torbidi e tristi.

“Siete infatti un po’ abbattuto ancora, un po’ stanco…-ella disse con cortesia, ma senza interesse- Avrei voluto venire a chieder notizie, ma sapete che non era possibile”

“Oh, grazie…Siete stata abbastanza buona da mandarle a prendere quasi tutti i giorni dal domestico”

“Sapete, non mi é mai riuscito di mandare Andrea: egli ha una tal paura di prendersi qualche malanno!”

“Immaginavo che sarebbe venuto Mario, almeno una volta…”

“Mario, sicuro…Ma é un ragazzo così rumoroso, così distratto…E poi, stavo abbastanza tranquilla pensando che eravate nelle mani di Agostino, il quale vi é tanto affezionato e devoto, proprio come i servi di una volta…”.

Ferni sorrise:

“Agostino? L’ho dovuto licenziare perché era sempre a ciarlare con i portinai o con la sua amante e mi lasciava solo come un cane. Certe volte dovevo suonare il campanello dieci volte di seguito perché venisse…Ah, amica mia, la prossima volta che mi ammalo, vado all’ospedale; la mia casa é tanto triste e io son tanto solo!”.

La signora scosse il capo tacendo a labbra strette, fissando il vuoto e non si accese se non quando l’amico le domandò con voce bassa e ansiosa: “E’ vero che andate al Cairo a passare l’inverno?”.

Ella esitò un momento prima di guardarlo:

“Ma sì, é un’idea di mio marito. Dice che io sono stanca, deperita, che ho bisogno di svagarmi, di viaggiare un poco… E’ amabile, povero Andrea, e bisogna tener conto delle sue buone intenzioni, non é vero? Del resto, mio caro amico, sapete che io non potrei passare l’inverno qui, la mia salute e la mia età non me lo permettono più. Anche l’anno scorso…”

“L’anno scorso eravate a Bordighera e io potevo venire a trovarvi qui tutte le settimane, mentre non potrò mai venire a trovarvi laggiù, voi lo sapete. E poi quest’anno sono stato malato, mi sento più debole, più solo… -Si avvicinò a lei, le baciò una mano e prese a supplicarla con voce tremante e commossa, tutto chino verso di lei, quasi in ginocchio- Rita, amica mia, non mi abbandonare, sta qui con me, sacrificami quest’inverno, non mi lasciare solo, te ne scongiuro! Se sapessi che tristezza ho in me, quanti cattivi presentimenti, che bisogno ho di compagnia, di aiuto, di conforto… Se voialtri ve ne andate, se la vostra casa sarà chiusa per tanto tempo, dove vuoi che io vada? Come puoi credere che io possa stare tanti mesi senza vedere te e Mario? Rita, non mi lasciare solo! Se tu potessi sapere che cosa fredda, paurosa e orribile é la mia solitudine!”

“Ma, mio caro!… Mio caro amico!… Ti prego!”.

Subito vedendo la mossa ribelle ed impaziente con cui ella si era drizzata sulla vita e l’espressione di stupore, di inquietudine, di tedio e di risolutezza che si era dipinta sul suo volto, egli comprese che avrebbe potuto inginocchiarsi davanti a quella donna e supplicarla puerilmente per tutta la notte, magari piangendo, senza ottenere da lei che una blanda e tediata pietà e un lungo e banale discorso su d’un tono materno, che irritava. Tacque, si trasse indietro, la lasciò parlare e mentre la guardava pensava al loro passato amore durato per tanti anni, a tutte le vicende dolci o burrascose della lunga passione, dai primi anni di gioie, di tenerezze, alla nascita di Mario, al terrore che tutto fosse scoperto, e alle ebbrezze indimenticabili… Ella era ben diversa allora dalla fredda matrona d’oggi dall’aria impeccabile e severa che stava predicando la ragionevolezza e la pazienza; era violenta, ardita, appassionata, temeraria, amorosa, tutta nervi, tutta ardore e così gelosa, di una gelosia così vigile e assoluta, che egli aveva dovuto dedicarsi tutto a lei, vivere della sua vita, vederla ogni giorno, seguirla dovunque, evitare ogni avventura e rifiutare ogni occasione di matrimonio. Se le ricordava tutte ora quelle occasioni con una precisione singolare: erano state numerose, perché egli in quei tempi era un bel giovane gagliardo, piacevole d’aspetto e di maniere affascinanti, sebbene il suo patrimonio fosse assai modesto…Oh come se le ricordava!…L’Isabellina Conti, quella biondina magra e nervosa, dai grandi occhi celesti, che si era fatta una donna magnifica, ora, di una bellezza dolcissima, era diventata madre di tre o quattro figliuoli…; Lucia Alberti, graziosa e ingenua come una bambina, che si era quasi ammalata d’amore per lui, anch’essa lontana ora, maritata e madre; Lidia Mari, intelligente, spiritosa, vivace, di un’eleganza raffinata, che aveva per lui rifiutato una mezza dozzina di partiti, finché si era stancata e sdegnata in quell’inutile attesa…tutte belle, ricche, innamorate…tutte capaci di dargli quella felicità che gli sarebbe parsa un paradiso, ora: la compagnia di una donna cara, la casa animata, i figliuoli intorno, le gioie modeste ma sicure e consolanti degli affetti domestici e della famiglia… Allora, Rita non lo lasciava pensare a queste cose; tirannica ed esigente lo aveva isolato da tutti e addormentato in un sogno d’amore. Ora, al risveglio, egli si trovava vecchio, stanco, malato, senza fortuna, in una casa quasi povera, fredda e disordinata, in balia di un servo infedele, e solo, solo, sena saper che fare di se stesso, senza altra probabilità che quella di morire abbandonato, senza altra speranza che di affrettare quella morte solitaria. L’altra, la compagna del sogno, senza gioie, col cuore tranquillo e la carne stanca, lo guardava con indifferenza come l’egoista guarda chi non gli può più servire a nulla, e si era allontanata da lui per avvicinarsi al marito, al marito condiscendente e ricco, che faceva fruttare il danaro per lei, che le poteva comprare quel che voleva, condurla ovunque le fosse piaciuto, rendendole la maturità della vita dolce e serena come un bel tramonto. L’amante, impoverito, malaticcio e querulo, non poteva più che essere d’ingombro a lei così comodamente adagiata nella sua casa, così solidamente appoggiata alla sua famiglia. E vedendo l’aria scandalizzata e inquieta con cui ella lo sermoneggiava, egli sentiva una voglia pazza di scuoterla brutalmente, di rinfacciarle tutto il passato, di dirle una volta per tutte che ella si era preso il passato di lui, gli anni più belli, il tempo migliore, la fortuna, la vita, senza esitare  un momento, con un egoismo feroce, per rifiutargli ora, placidamente e senza rimorsi, l’elemosina di un po’ di compagnia.

Si alzò, col cuore gonfio di amarezza e di rancore.

“…promettetemi che sarete ragionevole. Vero che sarete ragionevole? E’ la convalescenza che vi dà questi tetri umori”

“Certo, é la convalescenza…”

“Pensate come passano presto tre o quattro mesi!…”

“Davvero…”

“Vi vedrò ancora prima di partire?”.

Egli ebbe uno smorto sorriso: “Se non sarò di nuovo ammalato”. E se ne andò non senza aver visto il petto di lei sollevarsi per un sospirone di sollievo e il viso rasserenato, con l’abituale espressione di placida compostezza. Sì, ella lo aveva congedato come un conoscente qualunque, col quale non si é mai avuto nulla in comune.

“Io non son più nulla per lei… -egli pensò quando fu nella strada deserta.- Il passato é cancellato, tutto é distrutto, finito, morto”

“Ma come, sei tu? -suonò in quel punto una voce chiara e giovanile- Sei guarito? Sei stato su dalla mamma? Ma guarda che ti bagni!…”.

Ah no, non tutto il passato era morto! C’era Mario, ancora; Mario che rideva di lui, che lo prendeva a braccetto, che lo riparava col suo ombrello e lo faceva camminare su e giù sul marciapiede, trattenendolo tutte le volte che una carrozza passava: “Aspetta, ne prendi un’altra…”.

E a proposito di una donnina conosciuta quella sera -un amore di donnina!- gli domandava dei consigli un po’ per ridere e un po’ sul serio. Certo, Mario doveva volergli bene, era abituato a vederlo in casa fin da quando era bambino e lo trattava confidenzialmente, gaiamente come si tratta un compagno… o un parassita. Gustavo Ferni lo guardava e sorrideva inconsciamente: gli parve che una mano leggera gli accarezzasse il cuore malato e che un senso di consolante freschezza gli entrasse nelle vene e nel cervello; egli rialzava il capo, stringeva il giovane al braccio, lo guardava avidamente, pensava che la vita poteva ancora esser bella per lui… Come gli somigliava, Mario! Anche lui, Gustavo, rideva così da giovane, a scoppi brevi e gioiosi, passandosi una mano sulla fronte e spingendo un poco indietro il cappello…E poi gli occhi, bruni e vivaci, erano i suoi, suo l’ovale del volto, sua la bocca sinuosa e accesa, la persona alta ed elegante…

“Oh Mario mio, mi par di ringiovanire a guardarti, a sentirti…Mi vuoi bene di’, Mario?”.

Il giovane lo guardò, stupito e diffidente e si mise a ridere:

“Ma sì!…Che aria stralunata hai stasera! Dunque ascolta, io le ho detto…”

“Mario, é vero che andate via quest’inverno? lo sai?”

“Già, é la mamma… Che idea eh? Figurati se parto volentieri con quest’avventura incominciata!”

“Perché non stai qui, tu?”

“Qui?”

“Con me…Non ti piacerebbe stare con me almeno un poco?”

“Ma…”

“Non mi guardare così, Mario, non sono pazzo. Ma io ti voglio tanto bene e ho tanto diritto di volertene, figlio mio, caro Mario…”.

Oh, come in un baleno cambiò l’espressione di quel volto giovanile, prima così allegro e confidente! La stessa ombra di tedio, d’inquietudine e di fastidio che aveva oscurato il viso pallido e largo della madre calò sulla sua fronte, le sue labbra si strinsero in una smorfia di irritazione, i suoi occhi si socchiusero come se avessero visto qualcosa di spiacevole e di inopportuno. A Gustavo parve perfino che quegli occhi brillassero come brillavano quelli di Andrea Palmi, poco prima, al tavolo da giuoco.  Il giovane si staccò da lui, disse gelidamente:

“Caro Ferni, non stai proprio ancora bene. Bisogna che io vada su, la mamma mi aspetta alzata”.

Ferni affannava, tremava, mordendosi le labbra, convulso:

“Senti…t’ho detto…non mi domandi una spiegazione?”.

No, egli non la domandava, non la voleva, si era immediatamente richiuso in se stesso, freddo, annoiato, indifferente, con la ferma volontà di essere, ad onta di tutto, il figlio del ricco finanziere, della dama rispettabile, l’erede di un bel nome e di una grande fortuna. Il resto non esisteva per lui: il passato non lo interessava, forse già lo sapeva, forse aveva indovinato tutto, ma egli non giudicava sua madre, solo era pronto a difenderla contro chiunque volesse turbarne la pace. L’egoismo della madre e quello del figlio si accordavano mirabilmente.

“Senti…”

“Ora no. Domani o un’altra volta. Buona notte”.

Gustavo se lo vide sfuggire, lo vide entrare in casa, ed il colpo del portone richiuso  gli rimbombò nel cuore.

“Ecco, non lo rivedrò più… -egli si disse- Per la mia debolezza di stasera, ho perduto anche quel poco che mi restava. Quando torneranno, a primavera, io non oserò più salire quelle scale…se pure sarò ancora vivo, a primavera…”.

Se avviò lentamente verso la sua casa solitaria, a capo chino, sotto la pioggia.

 

[1] Zia Mariù é Paola Lombroso e rimando alle pagine a lei qui dedicate.

[2] Cfr. Anna Santoro, Narratrici…cit. In particolare, la scena della presentazione di Eugenia a Giorgio ci ricorda il racconto Un matrimonio di convenienza di Luisa Saredo: cfr. p.56.