Qualche tempo fa ho visto, su Rai 5, Piazza degli Eroi, di Thomas Bernhard, con la regia di Roberto Andò. Attori e attrici bravissimi/e, a cominciare dal magnifico Renato Carpentieri, e Imma Villa, Enzo Salomone, Francesca Cutolo, e tutte le altre e gli altri, compreso il pianista, col suo corpaccione ammiccante, indecifrabile. Splendidi monologhi, e una scenografia scarna, plumbea, rattristante.

Ieri ho ritrovato alcuni miei appunti, presi subito dopo, che brevemente si soffermavano sull’opera teatrale in sé, sul testo, sulla messa in scena, ma soprattutto cercavano di riflettere, sia pure brevemente, su quel sentimento di dura malinconia, di perdita di futuro (e di presente) che mi aveva comunicato la visione dello spettacolo.

Dunque, scrivevo qualcosa sul testo teatrale che mi lasciava qualche perplessità proprio in quanto testo teatrale, ma soprattutto su ciò che recepivo, che mi colpiva.

E cioè, quell’aver messo in scena senza esitazione, crudamente, una condizione che perfino io (sempre presa a immaginare, progettare, correre, denunciare, proporre, produrre – soprattutto fino a qualche anno fa) ho vissuto qualche volta e che ora si è fatta molto frequente.

Alludo alla conclusione che “così è”, c’è poco da fare. Oltre la siepe: il vuoto (la rissa, l’accaparramento, il cinismo, il desiderio irrefrenabile del potere, l’abisso tra classi, culture, generi sessuali, persone, e così via).

Il mondo, l’organizzazione sociale, economica, politica, culturale, è immutabile, scrivevo. E lo scrivevo io! Io che, sin da ragazzina, ho creduto di poter cambiare il mondo, assieme a tante altre/i. Almeno un poco. Ma la violenza è aumentata, forse non quella cieca e bestiale della preistoria, ma quella cinica e consapevole, nauseante: morti, ingiustizie, violenze, gusto e curiosità per la sofferenza inferta, prepotenze.

In questo lungo periodo che stiamo attraversando, al di là di pseudo differenti posizioni politiche (intese come adesione a questo o a quel partito, di simpatia o antipatia per questo o quel personaggio – e si badi il maschile, voluto), il “sistema” si è rafforzato, radicalizzato, ed è accettato come unico possibile. E cioè: capitalista, liberista, padronale, maschilista, di classe, di collocazione geografica, di incultura.

Chiunque abbia la forza di chiedersi davvero: “dove andiamo, chi siamo, chi sono, quanto incido o posso incidere, quanto posso sopportare senza urlare a vedere tutto ciò che mi è attorno (me compresa)”, ha grande (e raro) coraggio. C’è chi non si fa queste domande, non cerca di fermare il pensiero e approfondirlo, si dà tutto al risentimento, alla rabbia, al desiderio distruttivo e autodistruttivo, alla violenza, non si guarda attorno, non vede che “io è l’altro/l’altro è io”, quindi non nutre pietas. Qualcuno a volte ha brevi illuminazioni ma non sa di averle, non sa come usarle, le trascura, distratto dal vocio e dal bisogno di essere gruppo, così, finisce per seguire pulsioni bestiali, strade già battute nei secoli e che a nulla portano se non a violenza, risse, insulti, e a dare manforte proprio ai responsabili di tanta sofferenza.

A coloro che invece lo sanno, e guardano e vedono le cose nella loro durezza ambiguità, e definitezza, resta solo, sul filo del ragionamento, come unica soluzione quella rappresentata a Piazza degli Eroi, e cioè il suicidio. Nella forma “tradizionale”, o in una forma apparentemente soft: chiamarsi fuori, isolarsi, tapparsi dentro la poesia, la pittura, la musica, gli affetti, dentro la bellezza della natura (scartandone la parte offesa: da noi), il cibo, il gioco, il vino, la droga, lo stordimento.

Ecco: l’ho detto, l’ho scritto. L’ho scritto allora e lo ripeto ora. Eppure non mi convinceva allora e continua a non convincermi fino in fondo. Cos’è che non mi torna?

Forse semplicemente il vivere, il sollevare lo sguardo e guardarmi intorno. Sì, certe volte lo spettacolo non è piacevole, però. Però di continuo ho notizie di gruppi, specialmente di donne ma non solo, che prendono iniziative, si danno da fare, denunciano, scrivono libri (poesia, narrativa, ricerca), teatro, musica.

Forse il leggere o l’ascoltare parole intelligenti, analisi quasi perfette, professioni di autenticità.

Forse lo scoprire libri, romanzi, poesie, di una bellezza appassionante. Forse il guardare e vedere bambine e bambini nei momenti della loro dolcezza, del gioco, così perfetti, dolci, gioiosi, liberi, (e non importa che a volte li veda pensosi, timorosi, e insieme curiosi, della vita che si presenta).

Non so. Ma mi arriva alle spalle e fin dentro di nuovo la spinta caparbia a non dare tutto per perduto, e mi viene allegria, e vorrei avere la vita avanti ancora intera per continuare a fare (meglio) ciò che mi ha appassionato fino ad ora. A cominciare dal continuare a nutrire fiducia nelle persone.

E ancora rifletto: le iniziative, le parole intelligenti, le denunce, la bellezza, dell’arte e non solo, sono importanti, certo, ma dovrebbero tradursi in un vivere migliore. Questo è il punto. L’arte, la conoscenza, dovrebbero farci migliori. E cioè amorevoli, pazienti, disponibili, generose/i, certe/i del proprio e altrui diritto a un vivere non così accanito, sulle difese, competitivo, allarmato.  (Piccola nota: su fb tanta gente si professa gran lettore, lettrice, enumera i suoi libri, fotografa librerie piene, ma, appena viene in contrasto con qualcuno, perfino sul giudizio su certi libri, esce fuori prepotenza e villania.)

E arrivo al punto. Nel corso della storia abbiamo creduto che il compito di cambiare il mondo (schematizzo) potesse assumerlo la classe (operaia), la cultura di popolazione sfruttata e oppressa (nera), le donne (il movimento femminista).

I primi due tentativi sono falliti perché, nel momento dell’assunzione del potere (che comunque non era assunto direttamente ma da chi si era “messo alla testa”), i comportamenti sono stati esattamente identici a quelli di chi li aveva preceduti e contro cui avevano combattuto e dunque non hanno cambiato un bel niente (o solo un poco, ma a volte, come quadro generale, in peggio).

Resta il movimento femminista (sì, lo so, ora sono tanti i femminismi che mi confondono). E allora l’unica possibilità, l’ultima speranza, il progetto finale, è che, se noi davvero viviamo la necessità, il desiderio, l’utopia, la speranza, l’obiettivo, di cambiare la sporcizia che dilaga, dobbiamo costruire davvero qualcosa di luminoso, antagonista rivoluzionario compatto e preparato. E allora?

Allora potremmo noi donne (sembra generica questa definizione ma non lo è, e comunque è vero che allude alle donne, alla cultura che hanno espresso da sempre, depurata dalle scorie che anch’esse hanno prodotto, perché influenzate dal mondo attorno, maschile, ma anche dovute al fatto che non sono perfette: non siamo perfette) potremo ricominciare a rispettarci l’una l’altra, ad avere gesti di comprensione complicità e gentilezza verso le altre, non le compagnucce del gruppo, dell’associazione, del circolo, del salottino, ma le altre donne (e anche gli altri a patto che  se lo meritino), superando le diversità (ce ne sono tante tra noi, e meno male! altrimenti sai che noia!) ma tenendoci strette a quella “differenza” profonda da cui siamo partite: che era critica, rivoluzionaria, felice di esistere, orgogliosa di sé, che praticava azioni, modi di vivere, relazioni, che si guardava intorno, in tutto il mondo e non si accontentava di piccoli rimborsi. E a rimuovere, ora che siamo forti e visibili e autorevoli (se pratichiamo la nostra forza, la nostra autorevolezza, la nostra visibilità) quella malsana convinzione che ha fatto sì, un poco alla volta, che alcune ritenessero che la questione principale fosse ritagliarsi una “identità”, uno spazio proprio, un potere (da niente o da molto).