Paginetta di appunti sparsi anni 90, ancora attuali:

Ripetono (i maschi cocciuti e qualche femmina accomodante) che lo scrittore, il poeta, il chirurgo, ecc, siano termini neutri, per uomini e donne. Ma allora non ci sarebbe termine per esprimere, indicare, solo i maschi. Noi (donne) possiamo scrivere (o dire) scrittrice, e riferirci alle donne che scrivono. Loro, poverini, se insistono a ripetere che la definizione “scrittore” è universale (e non maschile) in certo senso danno forma a un loro problema, perché non hanno un loro specifico termine. Infatti se non accettano che “scrittore” significa “scrittore uomo”, dovrebbero scrivere continuamente “scrittore uomo”. Non lo fanno, ma ecco perché spesso gli uomini dicono, sbagliando, “scrittrici donne”.

“In questo senso il femminismo…consiste appunto nella rivendicazione del diritto sia all’uguaglianza sia alla differenza e nel rifiuto della contrapposizione dei due concetti. A livello soggettivo, questa duplice rivendicazione implica l’acquisizione sia di identità individuale… sia di identità collettiva”. (Anna Rossi Doria, La libertà delle donne, Rosemberg e Sellier, 1990, p. 269).

Nel 68, si dice, le donne erano “l’angelo del focolare”. Questa è la ricostruzione maschile e anche di donne che non capiscono ciò che dicono, nel senso che nel 68 per la prima volta su un piano di parità donne e uomini lottano e si confrontano. Non che non ci fossero le mani in culo, ma c’erano anche le alzate di spalle, le mandate a quel paese, o i ceffoni. La soggettività delle donne di quell’epoca (e anche di prima) è data non dal fatto che loro fossero (o volessero essere o si sentissero) uguali ai maschietti ma, prima ancora di conoscere Virginia Woolf, che riconoscessero in se stesse una diversità di modi, atteggiamenti, sentimenti, e che a loro piacesse molto quella differenza, che era ovvia per loro, non doveva essere “rivendicata”.

La Stanton, tra le altre cose, rivendica la giuria di donne per le imputate: è quanto chiede in Italia già nell’800 Aurelia Mancini.

Alla fine dell’800 il positivismo radicalizzò la “differenza” come questione scientifica e “innata dalla natura”, ma non combatté la mentalità gerarchica tra diversi. Che è, per me, il nodo. La differenza fu sancita come inferiorità. E fu usata per condizionare le donne. Posizione antifemminista di Spencer, di Darwin e altri.

Noi, che abbiamo attaccato proprio il concetto di gerarchia tra le diversità, ci gloriamo della nostra differenza. (non differenza da, ma: altra realtà).

Chiedersi se esiste la possibilità della politica in poesia è come chiedersi se esiste la possibilità dell’amore in poesia, per una persona, per una città, per se stessi, per qualsiasi cosa. Insomma è chiedersi se le cose (lo sguardo sulle cose) possano spingere a fare poesia. E la risposta è sì: le cose possono spingere a fare poesia, ma, ovviamente, non sono loro che la fanno.

 

Un testo silenzioso quando passa nel corpo dell’attore, nella voce, nel respiro dell’attore, diventa altro, così nella punteggiatura, le virgole diventano pausa, gesto…(Roland Barthes)