Recensioni

Studiosa di letteratura italiana, scrittrice, poeta, Anna Santoro, nata a Napoli, ha attraversato gli anni fertili e gloriosi della creatività napoletana contribuendo con l’associazione “L’Araba Felice” da lei fondata, alla formazione ed attuazione di progetti di ampio spessore culturale, dando soprattutto voce alle donne e all’impegno profuso nel sociale, nella cultura, nella organizzazione e partecipazione ad eventi culturali, politici. Chi scrive ha avuto la fortuna, nei primi anni ’80, di assistere e recensire dalle pagine del settimanale “Napoli Oggi” un incontro esaltante con la giornalista e scrittrice Camilla Cederna, sul filo dei ricordi, della memoria storica e dell’attualità, organizzato appunto da Anna Santoro e ospitato all’Istituto Italiano per Gli Studi Filosofici.
La Santoro, inoltre ha ideato “Dominae”, dizionario bibliografico delle donne, ed è stata socia fondatrice della Società delle Letterate.
Autrice di svariate pubblicazioni (raccolte di poesie, saggi, narrativa) è recentissimo il romanzo La nave delle cicale operose. Una narrazione (Robin editore, 2012).
“Per fare ordine tra ricordi, pensieri e fantasie, comincerò a raccontare di me”, è questo il suggestivo incipit, la voce narrante di Dora (il primo personaggio che incontriamo) che come un fil rouge governa l’intreccio di questa coinvolgente narrazione in più di 400 pagine, dove trovano posto moltissime voci, moltissimi personaggi ( Mita, Rino, Giò, Mena, Annamaria, Daniele, Risella, Pasquale, Rosaria, Elisa, Andrea, Francesca, ecc).
Si potrebbe dunque parlare di “romanzo corale”, e lo è di certo ma la narrazione – appunto “una narrazione” – come recita il sottotitolo del romanzo – ciò che si racconta, il piacere del narrare si potrebbe dire, è elemento principe, che si fa esso stesso “personaggio”, “fondamento” e vive di vita propria, quasi abbandonando quella voce narrante iniziale che si mescola al puro raccontare, ne diventa traccia sottesa, esercitando un linguaggio che è esempio di letteratura di pregio come non se ne vedeva da tempo e ci fa venire in mente le scrittrici italiane dell’ultimo dopoguerra dalla Morante alla Ortese, Lalla Romano, ecc., se pur con i dovuti distinguo relativi sempre al proprio sentire che ogni scrittore che si rispetti possiede in sé.
La storia narrata dalla Santoro è dunque la storia intessuta di tutti questi personaggi che amano la vita, combattono e affrontano traversie, dolori, accolgono le gioie che essa può profondere, s’impegnano perché l’esistenza abbia un significato vero, per mantenere fede agli ideali, sono operose nei confronti della stessa, ma come le cicale la vivono a piene mani, sulla propria pelle.
Tali vicende sono raccontate con un ritmo inarrestabile, un fiume in piena, una lettura senza fiato, opulenta di particolari, di miriadi di accadimenti che s’intersecano, piani di lettura che si sovrappongono in un vasto affresco che ha come sfondo storico le vicende del nostro paese dagli anni trenta del secolo scorso a questo secondo millennio. Una saga in piena regola, ambientata in massima parte a Napoli, una storia di esseri umani all’ombra della Storia quella importante, come sempre accade.
Guerra, dopoguerra, battaglie politiche come il ‘68, rivendicazioni femministe, espropri, emigrazioni, il terremoto a Napoli, i nostri ultimi anni, ma anche il sottolineare le uscite di libri e film che hanno punteggiato questo lungo e preciso arco storico e ne sono stati la colonna portante. Politica, arte, cultura, vita vissuta, tutto questo si intreccia alle emozioni del vivere, ai sentimenti e alle sofferenze; la vita, la storia, sfilano davanti ai nostri occhi come le scene di un film che si apre a lunghi piani sequenza. Poiché un altro dei pregi di questa narrazione, per l’appunto, è la visionarietà, la possibilità da parte dell’autrice di raccontare anche “facendo vedere”.
Anna Santoro esamina quasi con meticolosità i fatti storici della nostra era, seguendo un filo cronologico molto esaustivo, fatto di memorie, di esperienze sublimate dal racconto, in un romanzo che è avvalorato nella sua pregnanza anche da un coté saggistico, trasformandosi in alcuni momenti di scrittura in un romanzo saggio in piena regola.
Infine “la nave”, che troviamo nella sorta di prologo iniziale e nell’epilogo, che apre e chiude in un cerchio magico l’avvincente storia, che simboleggia la partenza, il viaggio, l’andare, a nostro avviso, come strumento di conoscenza, per non fermarsi, per fare in modo che la danza concentrica della vita possa ricominciare sempre con nuovi impulsi e speranze. Un romanzo da leggere.
Come già ne “Le amiche di Carla”, l’autrice ricorre ad un linguaggio appassionato per dire la trama dei sentimenti, delle scelte, delle lotte politiche, delle speranze di un gruppo di amici ed amiche, nel periodo che va dal dopoguerra agli anni duemila. In pagine dense di oralità e immagini, Santoro riflette una grafia di sé, in quanto donna che ha attraversato la politica dell’impegno nella scuola e nella ricerca, fino agli amari interrogativi attuali. Il linguaggio, intessuto di presenze, di echi vicini e lontani, indica la non linearità della memoria, ma soprattutto restituisce le sovrapposizioni, i non detti, le interruzioni proprie del parlare e discutere fra amiche/i, l’affastellarsi di pensieri, insieme alla corporeità nello scambio comunicativo. Il ritmo spezzato e intenso sottolinea l’ansia di narrare, di fermare sulla carta passioni e sentimenti, intrecciando la propria voce a quella di altri/e: è la politica delle donne, ma anche di uomini, che, nei movimenti, nelle occupazioni, nelle manifestazioni, nei partiti lottano contro ingiustizie e soprusi in una Napoli invischiata nelle maglie di affari e speculazioni, tra profittatori e costruttori abusivi. Chi legge si sente avvolta/o dall’ascolto di quelle conversazioni amicali dove le riunioni politiche s’innestano nella convivialità, dove prevale l’urgenza di esprimere idee e progetti, dolori e gioie, per questo ci si sovrappone, ci s’interroga, non si conclude la frase, confidando nel terreno comune di comprensione e condivisione. Corpo e voce s’intersecano per costruire una maglia in cui non si possono raccontare le storie di ieri senza interrogarsi su cosa è diventata la politica oggi.
Il passato non è separato né separabile dal presente, anzi vive in simbiosi con questo, come in un gioco di specchi. Santoro rilegge la Storia attraverso un’ottica di genere, attenta alle relazioni, e, quasi evocando il non ancora (Bloch), mette in luce l’attualità del progetto politico femminista, insieme agli ideali di quanti continuano a credere nella possibilità di una politica che tenga conto dei corpi, dei desideri e bisogni. Le figure femminili esprimono lo spessore delle molteplici esperienze nel difficile percorso di crescita, fra movimenti dal basso e politica istituzionale. L’ininterrotto flusso narrativo restituisce così la ricchezza degli anni ‘60/70 fra utopia, liberazione della parola politica, esplosione dei sentimenti, insieme alla complessità degli anni ’80, con una scrittura che cerca di fermare sulla pagina fermenti e movimenti, perché l’oblio o il silenzio favoriscono l’inerzia dell’ordine esistente rispetto alle istanze sociali. Raccontare una Storia increspata di speranze e delusioni, fra scarti e resistenze, è forse la sola trasmissione possibile di senso alle nuove generazioni, contro mistificazioni e rimozioni dell’oggi.
In questa fitta tessitura di storie, che l’autrice con sapiente e appassionante regia dipana nell’attraversare gli anni, il finale è ancora un percorso, uno spazio simbolico in cui stare insieme, fra generazioni diverse, per una politica altra. il tempo passato è vivo e sembra spingere a cercare ancora, perciò l’immaginaria nave americana, smontata pezzo per pezzo in una notte durante la seconda guerra, compare nel finale – sulla scia ideale di altre navi partite dall’800 in poi – a raccogliere sogni e progetti delle “cicale operose”, donne e uomini “innamorati della vita” che “operano costruiscono inventano” per cambiare il mondo, in una Napoli fra anarchia, criminalità, corruzione, bellezza e cultura.
Clotilde Barbarulli
in CORTI, Letterate Magazine, LM Home- www. societadelleletterate.it
febbraio 2013
Incuriosisce quel sottotitolo, che accompagna La nave delle cicale delle operose, l’ultimo libro di Anna Santoro. Cosa significa, Una narrazione? Che cosa vuole indicare? Un nuovo genere di scrittura, qualcosa di diverso da un romanzo?
Prima di rispondere a questa domanda vale la pena di capire cosa racconta, questo volume di più di quattrocento pagine, affollato di figure maschile e femminili, dipanato per un arco di tempo che dalla guerra arriva ad oggi, al centro, protagonista indiscutibile, una città, Napoli.
Ma forse è limitante, dire che questa città amata, difficile, complessa è la vera protagonista. Lo è altrettanto la storia, la storia della Repubblica, la storia di quelli che hanno sperato che l’Italia uscita dalla guerra avrebbe mantenuto le promesse. Napoli e la storia – la piccola storia delle vite quotidiane come la grande storia dei grandi cambiamenti – sono al centro del libro come lo sono Mita, Mena, Rino, Giò, Andrea, Risella, Annamaria, Dora, alcuni dei personaggi che ci accompagnano nel tempo.
Dall’inizio dall’andamento lento e denso, fino al rapido scorrere del presente. Tutti questi elementi sono il centro di un raccontare poliforme: città, storia, personaggi. E le loro idee. Ognuno di loro, pensa, discute, ragiona. In ogni pagina, a ogni snodo i fatti che succedono sono pensati da molteplici voci, più punti di vista. E non si tratta di emozioni, sentimenti, desideri. Non solo. Mita, Mena, Risella, Rino, Peppe pensano a quello che capita, alla loro vita, e le loro idee, le loro convinzioni, ne fanno parte come il mal d’amore, o i difficili rapporti tra madre e figlia.
Ecco allora le “mani sulla città”, lo sventramento del quartiere del Vomero che produce lo spostamento degli abitanti poveri alle baracche abusive della Marina, e poi l’emigrazione, il Pci e le sue trasformazioni, la città oggi, così faticosa, e insieme i cambiamenti delle donne, le loro trasformazioni, mentre accanto affiora la nuova criminalità, che vuole prendersi tutto, anche i quasi bambini.
È una ruota che gira vorticosamente, questa storia. E si capisce allora perché Anna Santoro, autrice di poesie e racconti e romanzi, ha scelto di chiamarla narrazione. Perché non è la vicenda magari avventurosa ma conclusa di alcuni, racconta invece di mondi intrecciati, plurali, aperti. Come il finale. Che per sottrarsi all’amarezza del presente – dove tutte le idee, anche le più innovative, sembrano non avere più la forza di narrare il mondo – trasporta tutti su una nave. Dove approderanno queste cicale, cioè poco inclini all’accumulazione, al calcolo, alla conservazione eppure operose, cioè generose di progetti, iniziative, speranze? Il viaggio, dice Anna Santoro, è appena cominciato. Venite, c’è posto.

Anna Santoro, La nave delle cicale operose. Una narrazione, Robin Roma 2012, 437 pagine 18 euro

Approfitto della presentazione che si terrà domani al CentroDonna di Livorno, per una breve nota su di un romanzo che ho amato fin dal titolo, quando l’autrice – con la quale mi scuso se ne parlo solo ora – me ne ha fatto dono, oramai molto mesi fa. Mi riferisco a La nave delle cicale operose di Anna Santoro, un libro che, come scrive Patrizia Melluso in una recensione pubblicata da Il paese delle donne, è una “narrazione corale”. In un arco temporale che va dalla Napoli degli anni Trenta del Novecento, con l’avvento delle leggi razziali, fino al “rinascimento” napoletano dell’era Bassolino e l’11 settembre, passando per gli anni Settanta tra femminismo e lotte per la casa -,il romanzo si pone “tra Storia e visione soggettiva della storia” (facendo un po’ pensare ad altre narrazioni, Melluso cita Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez, La Storia di Elsa Morante, e il film di Ettore Scola C’eravamo tanto amati), offrendoci personaggi indimenticabili – Rino, Mena, Giovanna, Mita … -, tante cicale operose, ovvero persone che (come si legge nella quarta di copertina del libro), “amano la vita e l’impegno di costruirla, prive della vocazione al comando propria delle distruttive formiche”
Vincenza Perilli
di Michele Stanco
giovedì, 6 febbraio 2014
Se proprio dobbiamo catalogare l’ultima prova narrativa di Anna Santoro potremmo forse definirla un romanzo familiare, una narrazione transgenerazionale, o forse − nelle parole di Franco Moretti − un’ “opera mondo”. È, in ogni caso, una narrazione che attraversa gran parte del secolo scorso, aprendosi negli anni ’30 del Novecento per approdare alla storia più recente. Ed è un vero e proprio approdo quello che ci propone l’autrice, attraverso il simbolo centrale della nave. Una fantomatica nave rubata agli americani in quella che molti ancora si ostinano (nonostante tutto) a chiamare “ultima guerra” e che, nella simbologia narrativa dell’opera, funge da trait d’union tra passato e futuro: nave da guerra e nave di migranti, votata al naufragio ma carica di speranza, “risorsa della testa” e “dimora del cuore”. Una nave-mondo, insomma, “grande come un paese intero” e “come un pianeta nuovo” (p. 422). Una nave, anche e soprattutto, simbolo di quella tensione ideale che anima l’intera tessitura narrativa del romanzo e che, nelle sequenze finali, viene nondimeno sottoposta al vaglio della realtà e del disincanto.
Nonostante la dimensione di onirica leggerezza conferitagli, in fundo, dal simbolo della nave-mondo, il romanzo si snoda lungo una serie di microstorie fortemente radicate nella Storia e solidamente ancorate nella fattualità politica. La narrazione vede come principali protagonisti Rino e Mita, appartenenti, rispettivamente, alle classi povere (o meglio impoverite dalla speculazione postbellica) e alle classi medio-alte e nondimeno uniti da una passione civile condivisa − quasi a superare la pasoliniana contrapposizione tra figli di papà e poliziotti. Attorno ai due ruota un’umanità multiforme per età, interessi e condizione sociale, ma accomunata da un medesimo desiderio di lottare contro il privilegio e il malaffare, allo scopo di cambiare il mondo. Non a caso la narrazione, pur articolandosi lungo un asse temporale di circa ottant’anni, trova un suo centro di irradiazione ideale negli anni ’60: vale a dire, nelle lotte operaie e nella protesta femminista, nelle occupazioni studentesche, nelle comuni, nell’ideale pacifista. Ma soprattutto nelle battaglie di quella intellighenzia napoletana (una Napoli buona, piuttosto che una Napoli bene) che, provando faticosamente a riemergere dalle devastazioni della seconda guerra mondiale, si trovava a confrontarsi con le ulteriori, non meno gravi devastazioni prodotte dalla speculazione post-bellica e dall’antica collusione tra poteri dello stato e potentati economico-criminali.
Un romanzo, dunque, attraversato da profonde tensioni ideali ma anche intessuto di piccole storie di grande umanità. Perché la vis politica che trasuda nelle sue pagine non è mai disgiunta da un’empatia altrettanto vigorosa per i destini delle singole creature che lo popolano e che vanno a creare una sorta di diario collettivo. Non a caso, la pur intellettualmente agguerrita Mita arriverà poi a comprendere che le attività benefiche della madre, anziché essere “controrivoluzionarie”, erano in realtà “segno di autentica attenzione nei confronti delle persone” (p. 66).
In questa tensione umana e politica è l’arte stessa, ovvero la parola letteraria, a giocare un ruolo determinante. Il romanzo, cioè, nella sua stessa struttura compositiva (e, in particolare, nel suo intreccio polifonico di voci e di stili), manifesta una precisa intenzione civile: intenzione, peraltro, espressamente dichiarata dalla stessa Mita allorché osserva che “a contribuire in modo decisivo alla trasformazione del mondo” sono “la poesia la scrittura la musica i linguaggi creativi” (p. 155).
In sintesi, un romanzo animato dalla consapevolezza del potenziale politico e della capacità trasformativa dell’arte. Di certo, si può scrivere un romanzo politicamente “impegnato” ma letterariamente brutto. Forse, però, non si può scrivere un romanzo bello in assenza di un autentico sentire civile. Nel suo gioco speculare tra parola e memoria, il romanzo di Anna Santoro coniuga, al meglio, impegno politico e destrezza verbale.
Michele Stanco
Anna Santoro
La nave delle cicale operose
Robin Edizioni, 2012
Una narrazione, quasi saggio politico con esito “fantasy”

Narrazione è termine sempre più ricorrente, non solo nella letteratura, dove in fondo sarebbe di casa, ma anche in filosofia, psicologia e pedagogia, e perfino in politica. Il significato, e anche l’etimologia della narrazione, rimandano al “far conoscere” attraverso il racconto delle azioni. Non si tratta di cronaca. Inoltre, come diceva Ricoeur, il racconto non è mai eticamente neutro. Si raccontano le azioni dei personaggi, e contemporaneamente i loro fini, le loro intenzioni, le circostanze in cui agiscono, le conseguenze delle loro azioni. Chi narra esprime un giudizio sulle ragioni dei personaggi e noi che leggiamo giudichiamo a nostra volta, cercando di capire che cosa, e perché, e con quali conseguenze, il personaggio ha fatto ciò che ha fatto. Il racconto di Anna Santoro è una narrazione nel senso pieno del termine, e il giudizio, il prendere posizione dell’autrice, si sente in ogni pagina.
Tutte le azioni raccontate, come i numerosi personaggi, sono legate tra di loro; quando non lo sono direttamente, è il contesto storico politico che le tiene insieme. Un contesto, a sua volta, molto dilatato. Il racconto comincia infatti a Napoli negli anni Trenta del Novecento, con l’avvento delle leggi razziali, e si svolge fin quasi ai giorni nostri, attraversando gli espropri forzati dei campagnoli abitanti della collina del Vomero e la vita nelle baracche – dove “la vita di prima era un tempo perduto.” – , il boom economico degli anni Sessanta e l’emancipazione delle donne (il quotidiano in questo racconto ha un grande ruolo: ad un certo punto, una delle protagoniste afferma la propria emancipazione dai tradizionali doveri femminili usando con entusiasmo il dado da brodo e la purea in polvere), la politica e i conflitti degli anni Settanta e il riflusso (sbrigativamente chiamato così, dice Anna Santoro) degli anni Ottanta, il femminismo e il lavoro intellettuale, il “rinascimento” napoletano dell’era Bassolino e l’11 settembre .
E’ come un diario, collettivo, nel quale chi scrive prende nota di avvenimenti biografici e di eventi storici, di libri e film che hanno segnato la coscienza, e non mancano le spiegazioni: tante le “note a margine” che, però, non sono a margine, ma nel testo.
L’andamento corale della narrazione, il continuo rimando tra storia e vita delle persone, anzi tra Storia e visione soggettiva della storia, fanno un po’ pensare a “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez, a “La Storia” di Elsa Morante, al film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati”.
Anna Santoro, finora, ha spaziato nella poesia, nella narrativa, ma anche nella cultura “militante”, quella che promuove eventi e percorsi per la diffusione della letteratura: ad esempio, un grande impegno biobibliografico per conservare memoria della scrittura femminile (ed anche questa esperienza è molto presente nell’ultimo romanzo), o le carovane di poesia, o le letture pubbliche, nelle biblioteche ed anche in luoghi meno “deputati”. Con questa narrazione, è come se Anna Santoro si accingesse a fare ordine.
L’espressione “fare ordine”, non a caso, è nel primo rigo del primo capitolo del libro. E’ Dora che parla: “Per fare ordine tra ricordi, pensieri e fantasie, comincerò a raccontare di me.” Questo ordine da fare, alla fine, nel racconto di Dora, ma anche nel racconto di Anna, è un “ordìto” di eventi sul quale si innesta la “trama” delle storie personali. Insieme, i fili tesi tra il soggettivo e il mondo costituiscono il tessuto del sapere, ed è un sapere femminile. Infatti, come i gruppi di autocoscienza fisicamente rappresentavano, è “circolare”. “Quasi una prefazione” è l’introduzione alla storia e presenta la scena finale del racconto: tutti i personaggi si ritrovano insieme e i loro sguardi, dall’uno all’altra, creano un “un cerchio di rimandi e di attenzione.”
Ma c’è un elemento ancora più importante della circolarità (contrapposta al verticalismo del sapere maschile) che contraddistingue il sapere femminile. Esso è sempre un poiein, un fare – e per lei stessa, per Anna Santoro, il fare coincide da sempre, ancora prima della crisi della politica, con la cultura e la scrittura.
Quando Rino, uno dei protagonisti, ascolta i discorsi delle donne delle baracche che cominciano a fare politica, a parlare di aborto, ad esempio, rimane ammirato: “Credeva di parlare di cose importanti unicamente con i compagni, di lavoro, di soldi…. Ma quelle donne collegavano le cose, le ragioni della loro vita infame, parlavano di fatti che conoscevano e che volevano cambiare.”
Dora, la prima voce narrante, non racconta solo di sé. Anzi, non è la sola Dora che racconta. Ognuno dei personaggi racconta un pezzo di storia, ed è come se lo facesse sempre in prima persona. Infatti, ci sono tanti “e intanto rifletteva…”: sono passaggi tra il piano oggettivo e il mondo interiore dei personaggi. Il libro è pieno di queste “porte” che ci permettono di identificarci con ognuno dei personaggi (in fondo, è la stessa Anna che si identifica con ognuno di loro). E la scrittura che Anna usa assume, di volta in volta, l’andamento della poesia, quello della musica, quello del flusso di coscienza. Quando quest’ultima cosa avviene, le normali regole della grammatica e dell’ortografia saltano, spariscono le virgole, oppure le frasi si concludono con un “ma.”, proprio come avviene quando si pensa tra sé e sé, o quando si sogna.
Ci sono molti filoni nella narrazione delle cicale operose: la storia e il carattere di Napoli, una città “all’avanguardia, esemplare di un’inclinazione generale all’autodistruttività”; la relazione tra le donne protagoniste, una relazione sia matrilineare che orizzontale, amicale; il senso e la funzione del lavoro intellettuale, e, in esso, del lavoro dell’insegnante; le storie d’amore, quelle compiute e quelle che non si compiono mai; il potere che ha molti volti, e tutti detestabili. E la cosa sorprendente è che questo, che per alcuni aspetti sembra un saggio storico politico, abbia un esito fantasy. “Prendiamo la nave!”, la frase pronunciata dalla più piccola dei protagonisti, Luciuzza, è una esortazione che contemporaneamente è una linea di fuga (dal dolore) ma anche un ricominciare. Il finale resta aperto, all’interpretazione di chi legge, innanzitutto, ma anche, forse, a quella dell’autrice. E’ come se ci dicesse: c’è ancora tanto da raccontare, da chi e per chi ama la vita, come le cicale operose. E anche chi sembra aver raggiunto “la comprensibilità dell’esistenza”, come Dora ormai vecchia, troverà lo scatto per saltare sulla nave in partenza, per riprendere il viaggio.
Anna Santoro, La nave delle cicale operose. Una narrazione. edizioni Robin 2012, 437 pagine, 18 euro 02|01|13