Qualche anno fa, in un Seminario sulla “Didattica della Letteratura”, svoltosi nell’Università di Salerno, nella relazione introduttiva citavo tra gli altri un saggio di Lore Terracini del 1974 (1 ), che aveva il merito di inserire nello schema Todoroviano riguardo alla didattica della Letteratura (perché, che cosa, come), un quarto termine: a chi.

Quel lavoro, così interessante e per certi versi ancora oggi attuale, pur avendo compreso l’importanza di individuare il destinatario dell’insegnamento (“a chi”), non si soffermava neanche di sfuggita sui problemi, o sulle indicazioni, che certamente sarebbero scaturiti da una analisi del “genere” degli “studenti”.

Anche Insegnare la Letteratura, la raccolta di interventi del 1979 a cura di Cesare Acutis (2), pur presentando vari motivi di grande interesse, specie per quei tempi, non fa cenno alla condizione per lo meno ambigua che vivono le studentesse (e le insegnanti) in una scuola tutta maschile.

Per non parlare degli interventi -per altri versi alcuni di sicura acutezza, altri discutibili- al Convegno Per un progetto di scuola {3), che parevano anche essi ignorare completamente che le ragazze a scuola vivono una condizione totalmente differente da quella dei ragazzi.

Insomma, perfino interventi interessanti e problematici e per di più concepiti in un momento che in certo senso rimpiangiamo pur nutrendo serie perplessità oggi riguardo molte approssimazioni, non solo non affrontano ma non si pongono assolutamente domande rispetto il discorso che qui ci preme.

Che cioè, oltre a tutti i problemi che vengono da sempre, quando più quando meno, quando bene quando male, denunciati come elementi di mortificazione delle possibilità di crescita, di sviluppo, di maturazione reale e di produttività degli studenti (4) dalle elementari all’Università, le donne nella scuola vivono in più il problema dell’invisibilità.

Mi correggo subito: non si tratta di un “in più”, non si tratta del fatto che gli studenti e le studentesse vivono fino a un certo punto gli stessi problemi e le studentesse in più ne vivono altri. Il discorso sarebbe lungo e mi limito qui a segnalare ciò che ci riguarda più da vicino in questa sede.

Che, per esempio, influisce sicuramente sulla formazione delle ragazze questa loro invisibilità in quanto donne (tranne che per vecchi luoghi comuni: le donne sono più ordinate, più studiose, meno brillanti, meno perspicaci, eccetera, accompagnati oggi da altri:Je donne sono più volitive, più combattive, ottime esecutrici, riproduttrici, eccetera), e la inesistenza di una memoria, di una tradizione “materna”, di una “genealogia” culturale. Che certamente influisce sulla loro formazione il martellante ritornello su tutti questi uomini geniali, poeti, scrittori, pittori, politici, condottieri, eccetera. Discorso che invece rassicura i ragazzi, tanto che i più magnanimi e sensibili concedono, dopo tutto ciò, che “le ragazze sono uguali”.

In realtà le ragazze sono simili a giovani stranieri che studiano, per esempio, la letteratura del paese che li ospita, non la propria. Le ragazze studiano la letteratura, l’arte, la storia, e così via, fatta dagli uomini, scritta o immaginata dagli uomini, vista dagli uomini, rivolta agli uomini.

In linea generale la scuola si rivolge ai maschi (le femmine presenti sono ancora un incidente, un auditorio in crescita numerica da normalizzare ai maschi) e parla dei maschi, in più definendoli “uomini, genere umano”, cercando di far passare questi termini come comprensivi anche delle donne.

La letteratura che si studia è tutta fatta da uomini (gli scrittori, i poeti, i mecenati…) e le donne vi figurano al massimo come “personaggi” nelle opere appunto scritte da uomini.

Così è naturale che la letteratura (ma anche le altre discipline) che si studia a scuola abbia contribuito a far credere che le donne sono un po’ stupide, o arpie, o sfrenate libidinose, o angeli del focolare, sempre comunque lontane dalla creatività, dal pensiero, dalla produzione. E infatti i nostri ragazzi questo credono, tanto è vero che violentano le nostre ragazze. Non tutti ovviamente, ma le radici della violenza sulle donne, oltre che sui neri, sui vecchi, sui bambini, etc… affondano in questa cultura che afferma l’inevitabilità, la necessità, della gerarchia tra diversi. E che fissa, centrale, il metro su cui misurare tutto il resto: maschio, bianco, produttivo, eccetera…Si pensi alla Storia della letteratura del De Sanctis: senza diminuire i meriti dell’autore e dell’opera, è evidente che essa della letteratura ha fissato una storia nordica, unitaria, maschile, di classe, etc… E ciò che è peggio, è che finiscono col pensare questo anche molte ragazze. Così accade che le ragazze non usano a pieno tutte le loro qualità e caratteristiche (tranne che a seguito di un impegno personale ed elevatissimo), appunto (anche) perché la scuola continua a descrivere le loro madri nel migliore dei casi come compagne devote e pazienti di irresistibili geni vagabondi d’amore.

Di questioni così vaste e complesse, ritaglio ora l’aspetto che in questa sede ci riguarda più da vicino: nella nostra scuola di scrittrici si parla poco. E di quali scrittrici si potrebbe parlare, visto che nei testi antologici o nelle storie letterarie, sono appena nominate le donne? a quale libreria o biblioteca l’insegnante volenterosa potrebbe ricorrere e invitare con lei le alunne/gli alunni? sulla scorta di quali indicazioni la stessa insegnante potrebbe muoversi? e, qualora fosse possibile, come ne parla? Insomma, ci sono state scrittrici in Italia?

Il nostro Catalogo affronta questo ultimo punto, rispondendo affermativamente, e allude anche agli altri. Perché è indubbio che l’idea stessa di fare questo lavoro nasce da motivazioni che si intrecciano: l’amore e la curiosità per la Letteratura, e il bisogno e il piacere di rinvenire una memoria femminile.

Il Catalogo si propone di segnalare quei testi che è possibile rinvenire nella Biblioteca Nazionale di Napoli, perché si vada a leggerli. Si propone di avviare una seria messa in discussione di parametri e di valutazioni non più, a mio avviso, proponibili. Il Catalogo non propone di inserire i nomi delle donne catalogate tra i nomi (maschili) che siamo abituati a conoscere, anzi avvisa che la scienza non è neutra (come sappiamo da tempo, sia pure riferendoci ad altre questioni in certo senso analoghe), non è neutra la creatività, e non è, certo, solo maschile. Prendere atto della presenza di una cultura “fatta” da donne con tutte le mediazioni (che abbiamo già segnalato, oltre che nella Prefazione al Catalogo stesso, in altri lavori, e che noteremo anche in questa sede) ma anche con tutte le luminose intuizioni che impareremo a conoscere, significa infatti cambiare tutto il quadro della conoscenza che possediamo. “La letteratura è infatti un “sistema”, nell’accezione propria di Lévi-Strauss, dove, se cambia qualcosa, cambia tutto.” (5)

Il Catalogo dunque è nello stesso tempo lavoro di ricerca e lavoro didattico. L’intreccio è forte, in certi casi i termini e i significati finiscono per identificarsi: non si tratta solo di fare ricerca con finalità didattiche, significa partire dalla propria curiosità e dal proprio bisogno di conoscenza, coscienti che tanto l’una che l’altro sono avvertiti da altre, e che i risultati, ma anche i modi per giungere ad essi, ad altre sono utili. E che dunque, in casi come quello del Catalogo o anche di esplorazioni e di letture inedite, l’a chi è determinante.

Il punto non è solo l’aver individuato una metodologia di ricerca che proceda, come prima fase, a tappeto in una azione di scavo e di recupero, non è solo la coscienza che insieme a ciò bisogna sviluppare uno “sguardo” pronto a cogliere ciò a cui non siamo abituate, ma è la tendenza a unificare il più possibile il cosa, il come, l’a chi (sul chi tornerò tra poco), senza che l’operazione penalizzi uno di questi elementi. Puntare su una ri-presentazione dei testi significa attirare l’attenzione su di essi. Ri-presentarli schedati, fornendo delle coordinate temporali, geografiche, di soggetto, significa alludere a dei percorsi possibili. Rivolgersi segnatamente alle donne della scuola (ma agli uomini potrebbe essere utile seguire l’operazione) significa scegliere il destinatario, cioè la destinataria, di partenza.

Il Catalogo è dunque lavoro di per sé compiuto, risultato di una ricerca, e servizio, proposta di metodologia, che indica tra l’altro la necessità della concretezza, la indispensabilità di partire dai documenti, dalla materialità della produzione.

Quando pensai questo lavoro del Catalogo, molti anni fa, non pensai unicamente alla scuola, perché la mancanza di conoscenza non è solo della scuola. Ma la scuola è la componente fondamentale (oggi forse superata dalla televisione) della formazione della mentalità, nel senso che consegna la propria mentalità, segnata in genere dalla sedimentazione dei luoghi comuni (culturali, ideologici, teorici, e anche professionali, educativi, pedagogici, eccetera). Dunque alla scuola è necessario rivolgersi, la scuola bisogna coinvolgere, sebbene istituzionalmente essa sia in antitesi con quanto di nuovo e interessante si muove fuori (ammesso che “fuori” si muova qualcosa), per poi magari assorbirlo dopo anni, spesso svilendolo.

Noi speriamo che il nostro lavoro sia utile alla scuola per lo meno per quel che concerne questo discorso, che sia utile cioè a coloro che insegnano, e che si tratti dunque di persone curiose che desiderino sapere altro, oltre ciò che hanno imparato tempo fa nella loro scuola, e a coloro che ascoltano, che si tratti cioè di giovani che pretendano dalla scuola risposte, che dunque continuino a nutrire domande e che non siano obbligate a caricarsi di tutto il peso di ricominciare da capo, sole, e qualora arrivino a tali desideri.

Il Catalogo, come già segnalo nella Prefazione al Catalogo, conta circa 1000 nomi. E’ sin troppo evidente che, attraverso percorsi differenti, con differente coscienza e differenti obiettivi, tutte queste donne usarono la scrittura come trasgressione: trasgressione dal silenzio, dall’invisibilità, dal ruolo.

La qualità della scrittura è differente da un testo ad un altro perché diverse sono le autrici (per cui ritengo più giusto parlare di scritture delle donne(6)), ma sempre va misurata badando al costante intreccio di due componenti, differentemente dosate: la presenza della tradizione e il fascino dell’omologazione che conferma il bisogno di sentirsi uguali (all’uomo, alla scrittura dell’uomo), da una parte, e lo scatto innovativo, la percezione della “differenza”, la ricerca della propria soggettività, dall’altra. Tra mediazioni e scarti, resta questo doppio della scrittura femminile che rivela sempre una particolare tensione nelle donne che scrivono. Le quali comunque, (quelle operanti nel periodo esaminato) quasi mai giungono alla coscienza che alla base del problema del rapporto donna-scrittura esiste quello de rapporto con la lingua, con le parole (7).

Compilare il Catalogo materialmente ha significato, come ho scritto altrove, toccare con mano il percorso della scrittura. Riflettere che quei testi erano stati pensati, scritti e trascritti, infine pubblicati, in condizioni in ogni caso di grande difficoltà, mi ha insegnato a valutare a pieno l’elemento della trasgressione. Figure di donne immobili si sono animate e hanno popolato la storia: monache, scienziate, nobildonne, maestre, politiche, attrici…

Alla fine queste scrittrici compongono un itinerario, un percorso, un tessuto. Impongono la ricerca della relazione tra di loro, sia in senso sincronico sia diacronico. Impongono la ricerca della relazione col mondo circostante, con le mode-letterarie del tempo, con gli eventi politici, con l’arte, con i problemi a loro contemporanei. Impongono di tenere presente, oltre al discorso della differenza sessuale, la loro appartenenza a ceti diversi, a epoche diverse, a zone geografiche diverse: impongono di articolare la nozione di scrittura femminile. E nello stesso tempo di non poter più prescindere dalla nozione di “differenza”. Ciascuna di queste scrittrici a prima vista appare un’eccezione, e lo è: eppure col suo stesso fare nega il concetto di eccezionalità. Perché se il primo approccio ad alcune tra le più importanti dà sicuramente in chi legge la sensazione di trovarsi di fronte a una donna eccezionale, è pur vero che, andando avanti scopriamo il filo che unisce non solo la dimensione umana e letteraria di autrici importanti, ma anche la maestrina dello sperduto paesino e la scrittrice di un certo successo. Così ci rendiamo conto non solo del fatto che queste scrittrici sono parte integrante della letteratura italiana, del cammino della scrittura, ma anche che esse coscientemente o “di fatto” costituiscono e costruiscono una prospettiva, un “modo” della letteratura, che è nello stesso tempo “interno” e “altro”. Benché ciascuna di esse minacci continuamente di sperdersi ed affondare, sommersa dalla cultura maschile, tradizionale, e paia riuscire ad esistere grazie appunto alla propria eccezionalità, benché ciascuna di esse, a seconda della propria statura e della propria coscienza, del proprio spessore, faccia i conti con la cultura tradizionale e appaia spesso una “eccezione”, un’isola, e dunque, se la cultura è un mare, esse possono apparire come isolette affioranti qua e là, in realtà a ben guardare, a guardarle assieme cioè, si verifica come le cose stiano ben differentemente.

Si verifica, come scrivevo su, che esse formano un tessuto, che hanno intrecciato i loro fili, che hanno lavorato, lasciato memoria e che questa memoria è stata sempre accolta, a volte silenziosamente e quasi per caso (la giovane donna dell’800 che legge per caso la raccolta della Bergalli) a volte con coscienza proclamata (come negli ultimi nostri anni, ma non solo).

E si verifica che la relazione, come anche scrivevo su, è ugualmente intensa con la letteratura ufficiale. Così studiare le scrittrici non significa, ripeto, aggiungere i loro nomi a quelli già noti degli scrittori: significa mutare anche ciò che si sa sugli scrittori.

Più di una volta (8) ho sottolineato il fatto che scoprire tanti nomi non significava aggiungere tasselli ad un quadro incompleto, ma significa mutare prospettiva, significa mutare il quadro, e ho sostenuto l’importanza che a queste operazioni si dedichi una lettrice (il chi rimasto sospeso). E ho sostenuto che la lettrice ha grandi responsabilità: essa deve entrare e uscire dalla cultura (maschile anche) che possiede, entrare e uscire dalla coscienza (di donna) che possiede. Deve, nel caso presente, la lettrice, leggere testi che non sono stati letti prima. E questo è compito di grande responsabilità.

La Guida che ora presentiamo è prova di responsabilità. Gli interventi qui raccolti sono esempi di letture da parte di lettrici. Sono diversi tra loro, e nei Seminari, che seguiranno la presentazione del Catalogo e della Guida, il lavoro che intendiamo svolgere è appunto quello del confronto, e anche dello scontro, certo dell’arricchimento e dell’approfondimento dei vari “modi di lettura”, per arrivare, alla formazione di “buone lettrici”, che conservino ovviamente i propri “modi” ma che chiariscano questo punto per me essenziale. Questi interventi sono esempi dei diversi tagli che diverse lettrici possono dare, delle diverse modalità di assunzione di problematiche, dei diversi modi di approccio all’opera, e anche delle diverse aspettative nei confronti delle “scritture femminili”. Sono diversi dunque gli interventi, non perché riguardino “discipline” diverse, ma perché diverse sono le lettrici (eppure tutte da tempo attente a questo tipo di ricognizione), il che è prova di quanto si è scritto sopra: che cioè esistono le scritture delle donne, e non solo sul piano della creatività, ma anche su quello della razionalizzazione e dell’inchiesta critica.

E naturalmente da questi interventi è verificata l’utilità di operazioni come la compilazione del Catalogo. Tutte queste studiose partono infatti da una o da più opere qui presenti, da una scrittrice o da un percorso di lettura, o anche da valutazioni sui dati appresi dal Catalogo. Allora questi interventi sono esempi (di approcci a un’opera o a una problematica) offerti come possibili guide a chi voglia usare il Catalogo. E cioè a quelle lettrici (mi ripeto), insegnanti o studentesse (ma anche agli uomini è permesso), che abbiano desiderio di conoscere tanta parte della nostra cultura finora ignorata, e vogliano comprendere meglio i problemi e le aperture che questa conoscenza comporta.

Perché attenzione: ciascun testo catalogato, a parte il valore più propriamente “letterario” (che è comunque da indagare caso per caso), è di fatto “segno”, “traccia” di altro. Nel nostro affrontare le più varie problematiche riguardo alla condizione delle donne (e non solo delle donne), è molto utile partire da “documenti”, da “indizi”, da quegli indizi che le donne hanno lasciato nella scrittura. In questo modo ogni pagina scritta è importante, ovviamente tenendo ben presente che essa pagina non rappresenta immediatamente ciò che “le donne pensavano riguardo al tale problema”, e neanche ciò che quella donna pensava riguardo a tale problema, ma semplicemente ciò che quella donna scrisse riguardo a quel problema. Intendendo con questo sottolineare non solo ancora una volta la pluralità delle posizioni, ma anche la natura della scrittura che, tra l’altro, è frutto sempre di finzione, cioè di mediazione tra la tentazione di cedere al fascino della “normalità” e il desiderio dell’affermazione della “diversità” (intesa come coscienza di “differenza”, ma anche semplicemente –ed è già tanto- di forza e di autonomia). E intendendo ancora sottolineare il peso che la parola e il linguaggio hanno nei riguardi della scrittura.

Eppure è nel momento che il linguaggio si fa scrittura, si materializza il problema della sessuazione della scrittura, del linguaggio, della parola.

Così, grazie agli interventi di Adriana Valerio, Francesca Veglione, Assunta Martino, emergono problematiche non specificamen­te letterarie (ma, lo sottolineo ancora, la mediazione è quella, il “segno” con cui si presentano è quello), ma riferite a mondi culturali (la religiosità, la pedagogia, la scienza) nei quali per tradizione qualsiasi problematica “femminile” apparentemente non aveva mai trovato spazio.

In più la Martino offre esempio di un altro elemento importantissimo, e che appare centrale in molti lavori qui presentati, quello della “relazione tra donne”, relazione umana, culturale, affettiva. Sulla relazione tra donne si incentra anche il lavoro di Laura Capobianco e Rosetta Gervasio, che ricercano le tradizioni femminili nella cultura napoletana del Settecento. E nella scheda di Carla Giugni viene segnalata una prima “genealogia” femminile nella famiglia Mancini. In effetti un dato che alla fine emerge dal Catalogo è il numero relativamente alto di biografie di donne scritte da donne, l’esistenza della trasmissione del sapere tra donne, la coscienza da parte di molte dell’importanza di punti di riferimento femminili. Anche l’intervento di Lucia Miele, incentrato su Amalia Paladini, accenna all’importanza che ebbe nella biografia della scrittrice il rapporto con Teresa Bandettini fornendo quindi un altro esempio di relazione tra donne.’

In quanto agli interventi di Anna Santoro, cioè di chi ora scrive, tutta la ricerca sulle narratrici italiane punta su questo dato essenziale, che cioè esse introdussero la protagonista (9): la relazione tra autrice e personaggio è assunta come esemplificazione letteraria di questo discorso. In più negli interventi qui presentati ho cercato di fornire tre esempi di letture da parte di una lettrice, grazie ai quali spero di offrire esempi della non neutralità di chi scrive e di chi legge : la lettura di una pagina di narrativa, la lettura di dati “materiali”, la lettura di un giornale “per le donne”.

In quanto alle schede (di Tonia Fiorino, di Paola Verona, di Sandra Tarquinio, e quella già citata di Carla Giugni), esse danno notizia di testi presenti sempre nel Catalogo e prefigurano possibili settori per ricerche più approfondite, indicando già dei percorsi di lettura di grande interesse.

Altri percorsi, innumerevoli, altre ricerche, potremo sviluppare nel corso dei Seminari che costituiranno l’indispensabile continuazione di questo lavoro.

Mi auguro, ci auguriamo tutte, che questo Catalogo vada usato con grande senso di responsabilità. Vada usato, tanto per cominciare, perché si desidera sapere ciò che di nuovo esso propone. Vada usato inventandosi in parte il “come” usarlo.

Lettrice è anche, può essere anche, l’insegnante, la studentessa, la ricercatrice, alle quali questo lavoro è dedicato. E questo lavoro, in parte, vuole appunto formare delle “buone lettrici”.

 

Anna Santoro

Napoli, Aprile 1990

 

 

NOTE:

  1. Lore Terracini, Sulla didattica della Letteratura, in “Belfagor”, fasc. IV, 1974
  2. AA.VV. Insegnare la Letteratura, a cura di Cesare Acutis, Parma, 1979
  3. AA.VV. Per un progetto di scuola, Atti del Convegno di Bologna del 1985, a cura di Fabbroni-Simone-Vertecchi, Firenze 1986
  4. Uso intenzionalmente il termine al maschile che non sta ad indicare la comprensività di studenti e studentesse.
  5. Anna Santoro, Appunti per lo studio delle scrittrici italiane, in “Quaderno Secondo”, CPE, Napoli, 1990
  6. id.,  Ricerca e lettura delle scritture delle donne in Italia, in: “Esperienze Letterarie”, III, 1990
  7. id., Scrittura delle differenza-lettura della differenza. L’identità ….in Donne e scrittura, Atti del seminario di Palermo, 1988, a cura di Daniela Corona, Palermo, 1990
  8. id., Introduzione a Narratrici Italiane dell’800, Napoli, 1987; id,. Appunti per lo studio. cit; id., Ricerca e lettura…cit; id., Prefazione al Catalogo della scrittura femminile italiana…. (dalle origini al 1900), Napoli, 1990
  9. id., Narratrici…., cit.