Ho conosciuto Titti Follieri molti anni fa, e ricordo quanto, sin d’allora, mi colpì questa donna dolce, colta, intelligente, schiva e allo stesso tempo sicura di sé.

Nel 1972, poco più che ventenne, è stata lettrice di italiano nel Dipartimento di Versailles, nel 1992 a Montreal, grazie a una borsa di studio interministeriale, per una ricerca sulla poesia del Quebec, ha soggiornato negli Stati Uniti e in India, per circa trent’anni ha insegnato lingua e letteratura francese a Firenze.

Una vita piena, ricca di esperienze, vissuta come un percorso di conoscenza e di ricerca, che, in parte, si danno forma nelle sue produzioni letterarie: poeta, traduttrice, collaboratrice di importanti riviste di poesia, presente in varie raccolte poetiche, saggista.

Tessiture Spaziali (Morgana Edizioni, 2016) è l’ultima raccolta poetica (testi di circa un trentennio) e qui la propongo, esortandone la lettura perché libro intenso, dalle sfumature variegate, sempre intrigante, ricco di suggestioni: un libro che, nel leggerlo, ci sollecita a leggere dentro di noi, come ogni buon libro dovrebbe fare.

Già il titolo è bellissimo, e offre una chiave di lettura della sua stessa composizione.

“Tessere è come creare, partorire, dar vita a qualcosa di nuovo” , scrive Giuseppe Cognetti nella nota alla raccolta, e io aggiungo: è la tessitura di sentimenti, ricerche, esperienze, qui saggiamente segnalate come intrecciate tutte tra loro.

Titti pare suggerire: nella vita, nulla si perde e nulla si distrugge e sta a ciascuna/o di noi rintracciare quei fili che si saldano l’un all’altro componendo il nostro vissuto.

Tessiture Spaziali raccoglie più sezioni, non in ordine cronologico, che accolgono percorsi poetici/esperenziali seguendo l’intreccio delle ricerche, dei progetti di lavoro, delle pulsioni, istintive ma frutto di lunga meditazione.

Le tematiche sono le esperienze “fondamentali” di una vita, come ancora suggerisce Cognetti, quali l’amicizia, l’amore, l”erranza”.

L’amicizia con donne, compagne di  momenti di felicità, di dolore, di sorellanza, (Amicizia è questo mio accoglierti/giovane sorella che mi chiedi/predilezione” (p. 11), “Ci occupiamo delle rose io e te./Tu maestra giardiniera/io il garzone” (p. 23)…

L’amore, fatto di sensualità e sogno, (Ritorni nel teatro dei sogni / a riprenderti la scena / dell’attore principale” (p.26), “Ogni strada qui ricorda / quel Noi così fugace. / Permane / un’essenza di te in me.”(p. 42), la bellissima Iapiz (46), la deliziosa Zanzarissima(p.36).

L’erranza, non solo geografica (gli spostamenti del corpo) ma mentale, spirituale, è spesso presente in questi versi che appaiono semplici, colloquiali, e sono frutto di attenta ricerca. Cito, una per tutte: Andare (p. 66).

 

Segnalo inoltre un altro lavoro di Titti Follieri: La solitudine della cattedra (Zona contemporanea 2013). Tra tanti saggi, romanzi, racconti, film, sulla scuola, trovo che questo libro (anche questo con un  bellissimo titolo) sia quello in cui maggiormente  mi ritrovo: l’analisi della scuola con le sue deficienze e le incomprensibili trascuratezze delle istituzioni (spesso delittuose), la sensibilità e la precarietà dei docenti anche dei “fannulloni”, la complicità e in certi casi la dovuta e voluta distanza tra docente e allieva/o, l’ansia per certe nostre inadeguatezze, la cura e l’amore per allieve/i fragili, l’orgoglio di incontrare quel ragazzo o ragazza intelligente, capace,  a volte geniale, insomma la relazione profonda e appassionata che tante di noi hanno intessuto (ancora la tessitura) con i giovani per uno, due, cinque anni,  e che è il motivo principale che ci ha fatto scegliere la professione d’insegnante (la più bella del mondo).