C’è questa chitarra appoggiata ad un muro. E c’è il muro.

Un muro scrostato e antico sul quale si poggia questa chitarra.

Il suo corpo, dalle dolci curve come i fianchi di una donna bella, è offerto tutto allo sguardo. Che scivola sulle sei corde del lungo manico, sul legno scuro e ancora lucido e si perde nell’oscurità dello squarcio centrale.

E’ stata molto usata questa chitarra.

Su di lei ragazzi hanno suonato alla luna il loro amore.

Su di lei una donna si è curvata nei canti di dolore e di morte.

Su di lei ha anche giocato la donna, quando era bambina e c’era la madre che le insegnava.

Su di lei ha pianto l’uomo bruno. Ha pianto abbracciandola in assenza della donna che credeva perduta.

La chitarra ha viaggiato su treni e su carri, su navi da carico e su cavalli lucidi di sudore.

La chitarra ha ascoltato fucili. Dai fucili la chitarra ha imparato quei nuovi suoni. Soprattutto da quello che aveva la donna a tracolla e che imbracciava con polso e sguardo sicuro e il dito non ha mai tremato.

La chitarra ha imparato a sparare. E ha sparato: nelle canzoni di lui ricreate nella voce di lei. Ha sparato con le corde tese che a volte si sono spezzate.

Solo l’ultima notte la chitarra ha taciuto.

Quando alla donna hanno riportato il suo uomo che era tutto bucato.

Quella notte lei, che stava suonando canzoni d’amore, si è alzata con occhi allarmati e un poco socchiusi.

Ha poggiato la chitarra a quel muro e ha guardato il suo uomo. Il suo uomo che è tutto bucato.

Non ha pianto quella notte, la donna.

Ha abbracciato il suo uomo e ha cantato.

Ha cantato vecchie canzoni che portano sonno ai bambini, ha cantato canzoni di nostalgia per l’amore perduto.

Ha cantato canzoni di rabbia, di morte.

Ha cantato canzoni di vendetta e di lotta.

Ma la chitarra non l’ha toccata. La chitarra quella donna non l’ha più toccata.

La chitarra da allora ha taciuto: perché quella è l’ultima notte.

E’ rimasta così, appoggiata a quel muro, scrostato ed antico.

 

 

Da: Album, L’Araba Felice, 1992