Da: Il Novecento… Bibliografia di Lina Pietravalle (della quale ho anche scritto in seguito, e magari lo inserirò in altro momento), e soprattutto questo graziosissimo racconto: La Polenta (un altro a breve) in omaggio al ritorno del nostro vecchio berlusca.

                                                                    Lina Pietravalle

Angelina (Lina) Pietravalle, molisana, nacque nei primi anni del 1890 : il Rizzoli -Larousse riporta: “Fasano, Brindisi 1890”,  l’EBBI: “Otranto, 15-5-94″. Certo è che, dalla sua terra, il Molise, presente in tante delle sue opere, si trasferì a Torino, ancora bambina, per qualche anno e poi  visse tra il  Molise, Torino  e  Napoli dove morì nel 1956.

Collaborò a vari giornali del Mezzogiorno, scrisse romanzi, racconti e libri per ragazzi, per la maggior parte stampati a Milano. Alcuni, come segnalo sotto, hanno avuto una ristampa anastatica, segno sia di interesse riguardo la sua opera, sia della scarsa attenzione da parte dell’editoria e della critica riguardo la statura complessiva di questa scrittrice che io giudico invece estremamente interessante.

Dal Rizzoli-Larousse: “Scrisse (in un linguaggio aperto alle forme dialettali) novelle e romanzi che ritraggono figure e costumi del mondo contadino molisano e che rispondono a un certo gusto per le passioni primordiali”.

Dal Dizionario Enciclopedico della Letteratura Italiana : “Autrice di romanzi, racconti e libri per l’infanzia, ambientati in un Molise visto miticamente…. La lingua corpulenta e visiva, impasto di elementi culti e dialettali, richiama alla lontana quella di G. D’Annunzio in Terra Vergine”.

Pellizzi la colloca tra i veristi (“verismo folklorico”) e accenna a certo “pregiudizio rousseauiano della natura vergine”. Francesco Flora, che le dedica un breve saggio, pubblicato assieme a scritti su Croce, Pancrazi, Montale, Quasimodo, Moravia, Pratolini, ecc.., prendendo il via da un romanzo che non viene mai nominato (omissione involontaria?) e citando di sfuggita I Racconti della terra, sottolinea di Lina lo stile forte, la capacità di rappresentazione delle passioni, l’attenzione alla cultura calabrese (sic!), e, a proposito della lingua, scrive: “Del resto, alla tecnica della Pietravalle non mancano certi procedimenti che son di voga: e i giovani scrittori ne fanno il più comico abuso, con gli aggettivi a coppie dispaiate e angolose, per quella iunctura che lega un bianco e un negro, un cardinale e una balia, un elefante e una macchina da scrivere (procelloso e futile, inquieto e fertile, miticoloso e dorato, tumido e rarefatto etc..) ma nella Pietravalle questo modo, se pur inizialmente deriva dall’aria delle lettere circostanti, diventa spontaneo e schietto”(p.290). Flora, cioè, ponendola tra i giovani scrittori,  la riconosce sperimentatrice e non tardiva seguace di D’Annunzio o di Verga;  in più ci tiene a sottolineare come la rivùcerca linguistica le serva per riuscire a dire la sua verità. “Spontaneo e schietto”, a mio avviso, stanno qui a significare l’intuizione del critico, espressa secondo modalità oggi superate,  riguardo la capacità di scrittura di Lina che inventò per necessità poetica il suo linguaggio. Che dunque fu autentico e, in questo senso, “spontaneo e schietto”. Da parte mia dichiaro un’assoluta ammirazione per questa scrittrice, che, calata nella sua epoca dal punto di vista civile e culturale, fu una antesignana e una sperimentarice di linguaggio e di scrittura straordinaria sia per la capacità, da altri già segnalata in modo però riduttivo, di impasto linguistico e di grande fisicità delle rappresentazioni, sia per la modernità, a tutti sfuggita, di una lingua ironica e svelta, disinvolta e agile di certa sua produzione. Dunque riconfermo qui sia l’amarezza per la sua invisibilità, sia la soddisfazione di contribuire io, col presente lavoro e, mi auguro, con altri, a farla conoscere e stimare dalle lettrici e dai lettori di oggi.

Qui presento, dopo molte incertezze dovute a quella ricchezza di esiti narrativi che rende difficile, in così poche pagine,  far conoscere i vari registri linguistici di  Lina, due racconti: La servetta e La polenta.

Il primo è tratto da  I racconti della terra (Milano Mondadori, 1924). E’ in questi racconti (tra i quali in particolare segnalo Lupina, Titella, La vedova), ambientati tutti nel Molise, che l’impasto linguistico dà ragione della opportunità di leggere con grande attenzione il rapporto tra geografia e letteratura al fine di dilatare effettivamente la nozione di letteratura. Questa scrittura calda pastosa e complice e allo stesso tempo vigile e dura è interna all’ambiente, allo scenario e al modo di sentire dei personaggi: la crudezza espressiva appartiene alla filosofia materialistica e netta, di poche parole, senza astrattezze nè astrazioni, del mondo e del sentire contadino.

La servetta è la storia di una creatura selvatica, una giovane contadina, che, andata a servire in città, troverà, pur in una dimensione di dignità straordinaria,  l’illusione dell’amore, la sofferenza e la morte. Le scelte linguistiche ricordano (ma in altri racconti anche di più) D’Annunzio, ma rimandano più che all’esaltazione silvana del collega, all’intrinseco rapporto tra storia, personaggi e linguaggio che richiama la lezione verghiana, completamente trasfigurata nel senso che abbiamo segnalato, anche per altre autrici, nella Prefazione.  Ma non solo: le ripetizioni, le assonanze sonore, l’alternanza tra pensiero interno, una sorta di monologo interiore, e commento trepido, fuori ma partecipe e premonitore, fanno una scrittura poetica che si stacca completamente dai  “maestri” e anticipa soluzioni di una modernità straordinaria. Questo bellissimo racconto, insomma, è tale, oltre che per la pienezza della denuncia espressa da una donna circa il destino di un’altra donna, proprio grazie alla scrittura corposa, ridondante, sinuosa, che però si fa leggere d’un fiato, tanto il ritmo, pur così articolato e ampio, scorre veloce, quasi “tammorriata” popolare che trascina nella danza (nella lettura) anche i più riottosi.

L’altro racconto è La Polenta, tratto da Marcia Nuziale (Milano, Bompiani 1932). In questa raccolta di bellissimi racconti autobiografici rinveniamo le due anime della scrittura di Lina. In alcuni (Marcia nuziale, Mia suocera) il delirio sensuale della parola giunge al vertice, tracciando una scrittura di tale fascino e di tale presa che emoziona  e incanta. Il “pasticcio” linguistico di gran classe congiunge miracolosamente fisicità e gioiosa ironia ed è quest’ultima a distaccarla totalmente ancora una volta da D’Annunzio al quale qualcuno l’ha accostata. In altri (La buona cugina, Top, I tacchini) la tenerezza del ricordo si sovrappone alla voce narrante intrisa ancora di ironia e la scrittura si fa lieve, tenerament piana. In altri ancora (Il primo amore, Le ciliegie, I fratelli Tom, La polenta), che raccontano l’infanzia di Lina, il padre, la madre, gli amici, i giochi, eccetera, ma anche l’esperienza di una piccola “napoletana” al Nord , emerge soprattutto questa Lina prepotente e dispettosa, orgogliosa e stupendamente ribelle, tenera e ironica. Ed emerge  questo linguaggio, modernissimo e fresco, spregiudicato nel lessico (“lassù facevo la deportata”, “i misfatti delle maestre”, “un’amica idiota di mia madre”) e nel piglio (“gettavo accidenti a ciocche…li ricordavo, li sapevo, ed alcuni erano anche molto spinti per una bambina”) che certo non doveva piacere ai lettori di quegli anni.

 

Opere:

– I racconti della terra, Milano, Mondadori, 1924

– Il fatterello, Novelle, Milano-Verona, Mondadori, 1928

– Storie di paese, Novelle, Milano-Verona, Mondadori, 1930

– Le catene, romanzo, Milano, Mondadori, 1930

– Molise, in Visioni spirituali d’Italia, Firenze, NeMI, 1931

– Marcia nuziale, Milano, Bompiani e C. ,1932

– Pagine chiare (per le scuole)

-Erbe amare, Milano Ceschina, 1960 (a cura di E. Falqui)

-Novelle molisane, Campobasso, Casa del Libro, 1975 (a cura di N. Pietravalle)

 

Ristampe anastatiche:

– Molise, Rist. Anast. NEMI 1931: <s.l.,s.n., 1987?>

– Le catene, romanzo, Rist. Anast. dell’Ed. Mondadori 1930: <s.l., s.n., 1990?>

– Marcia nuziale, Rist. Anast. Bompiani 1932: <s.l., s.n., 1990>

 

Bibliografia: Rizzoli-Larousse, Diz. En. Lett. It., CUBI, EBBI, BNI, Gastaldi-Scano; Giusso;  Cinti; De Donno; De Blasi; Flora; Pellizzi, Le lettere…; Personè.

 

                     Da Marcia Nuziale (Milano, Treves, 1932) : La Polenta

 

Si sa che la terra è una valle di lacrime, ebbene a me, per due lunghissimi anni della mia vita di bambina la terra mi è apparsa una valle di polenta. Perché la polenta mi ha fatto piangere dirottamente, abbondantemente lagrime amare mentre lei sorrideva, mansueta e gonza, affogata nella cosiddetta “bagna” di pomodoro il lunedì, e ricompariva il venerdì, perfidamente dorata e fritta, nel buon olio di sesamo piemontese, ed il sabato poi, il sabato trionfava, il sabato nel mio convitto si scioglieva addirittura un inno alla sua insulsaggine caparbia, al suo giallo spietato di poetessa della clorosi e della pellagra. Alle undici antimeridiane di quei sabati dannati io cominciavo ad agitarmi sul banco, a far cadere matite e penne e chiamata alla lavagna rispondevo cose folli, come per esempio, che l’otto stava nel quattro due volte, che gli Orazi e i Curiazi erano fratelli…

“Misericordia -gridava tota Berlusca, la mia maestra di quarta elementare, battendo sulla cattedra i suoi larghi piedi sguaiati di lattaia della Val d’Aosta- fai attenzione o starai senza frutta!”.

Senza frutta! La malvagia creatura! Perché non mettermi senza polenta io che vedevo giallo dappertutto, e la nebbia sui vetri grigi di novembre mi sembrava il fumo della sua potenza che si stava ingrossando giù, in cucina, al fioccar del cruscone che il buon Giuanìn gettava, mentre la Marianna, sua consorte e cuoca, girava un enorme mestolo minaccioso come un manganello?

E allora perdevo le staffe:

“L’otto nel quattro? Sta quattro volte”.

Le bambine soffiavano i pii suggerimenti invano e tota Berlusca ruggiva:

“Ma cristianìn, quattro per quattro quanto fa?”

“Quattro per quattro? Otto”.

Era naturale e indispensabile: se otto nel quattro stava quattro volte, quattro per quattro faceva un otto rubicondo come gli occhi a sgrondoni di tota Berlusca che si faceva paonazza dalla rabbia:

“Senza frutta, cinque in condotta, quattro in profitto, due in diligenza”.

Me infelice, quanti numeri, quanta potenza! Ed io che ero un’innocente, io che vedevo soltanto la polenta del sabato che si faceva il bagno nel latte come Cleopatra avanzarsi fumigante, gialla e pomposa, seducendo tutti con la sua bonarietà ridanciana e il suo spessore di pappa casalinga che riempie il gozzo e sfonda lo stomaco: “Ecco, a casa mia, al paese, un po’ più lunga la danno ai porci”.

Fu una dichiarazione di guerra. Loro erano in centotrè, tra alunne e maestre ad adorare la polenta, io sola ad odiarla.

“La mangerai per forza -mi disse la Direttrice, compunta e drammatica- perché è tuo dovere e per castigo”

“Mi dia tutti i castighi, preferisco” balbettai con un singhiozzo che mi aprì il cuore come una pesca spiccagnola matura.

Avevo otto anni; ero sola, triste, tradita. I miei poveri genitori, persuasi d’avermi fatto un regalo, mi tenevano lì a diventare una signorina del gran mondo, secondo loro, dimenticando che il mondo, a quell’età, ha il giro della tepida gonnella materna. Di più ci separavano tre quarti dello stivale d’Italia. Erano partiti da poco e questo dette un brivido di pietà al cuore impavido della reggitrice della mia sorte. Mi fece una carezza:

“Ma vedi, cara bambina, poi ti piacerà tanto e vorrai ringraziarmi”

*******

Altro che ringraziarla! L’odiavo con tutto il rigore selvatico della mia razza e sognavo vendetta come ciambelle e gettavo accidenti a ciocche. Eh, io li ricordavo, li sapevo, ed alcuni erano anche molto spinti per una bambina, ma io li dicevo da sola come un rosario di conforto, dopo una giornata di sevizie e di rimbrotti, in cui digiuna e sfigurata dal pianto, posavo la testa su un guancialetto duro, senza un bacio, senza una parola qualunque tanto il vuoto mi s’era fatto d’attorno, nero come il buio d’una caverna. Non facevo pietà. Era grottesco vedermi vomitare con poca creanza nel piatto e masticare un’ora un piccolo gnoccoletto di polenta affogato in mezza bottiglia d’acqua diaccia per mandarlo giù. Si trattava d’un puntiglio: ero una testarda, una presuntuosa napoletana invaghita di quei tali vermicelli, sanguinanti di conserva di pomodoro, che i sudici ragazzi delle belle cartoline patriottiche di allora mangiavano con le mani. Ma quali orrori, ogni settimana, mio Dio!

Il lunedì si trattava d’una pietanza e il pranzo veniva taglieggiato, il giovedì idem, ma il sabato digiunavo.  Perché la polenta col burro e il latte era il primo piatto ed io non mangiando il primo dovevo arrestarmi e rimanere digiuna col solo pane. Quando vidi che mi si voleva prender per fame mi asciugai gli occhi cerchiati dal pianto e decisi di resistere.

Io non capivo che il mio ruolo era storico e che lassù facevo la deportata. Usi, costumi, linguaggio, tutto cozzava ed io avevo un’anima piena di lividure. Nè le mie piccole compagne volevano ferirmi per cattiveria, nè le mie maestre incrudelire: i loro disprezzi e le loro angherie erano un diritto della loro stirpe civile e il meccanismo con cui funzionavano i loro cosiddetti doveri. Nessuno di domandava il perché di questi doveri, molti dei quali erano delle semplici baggianate fatte per spremere l’agro di limone anche dalla santa infanzia.

Io dunque, la sera del nefasto sabato in cui decisi di resistere, uscita dal refettorio, affamata e rabbiosa, cominciai a fare lo spirito con madame Berlusca che a suo modo mi voleva bene:

“Madame -le domandai- perché debbo mangiar polenta per forza quando non mi piace?”.

A madame Berlusca, sgarbata e bonaccia come una contadina, piacevano i miei modi allucinati.

“Poverina! Perché è necessario. Pensa un po’, se non avessi altro da mangiare che polenta come faresti a non morir di fame?”

“Ci penserò allora”.

Madame trasalì, purtuttavia, scuotendo il testone alto come un catafalco, continuò:

“E se diventassi povera, cristianìn, e ti tocca mangiar polenta?”

“Non sono piemontese e mangio il pane”

“Sei ben maligna, poveraccia -fece allora la buona <dame> con la collera che le gonfiava il collo- e magari tu fossi piemontese”

“Non ci tengo” feci io serenamente.

“Ah sì? -fece un giro da gallinaccia offesa sui tacchi e si vendicò nel solito modo- Lo dirò alla Direttrice”.

“Cos’hai fatto? -mi disse una bambina francese che era l’unica a proteggermi. E pizzicò cortesemente- Vedrai che castigo!”.

Ed io: “Se ce lo dice al vescovo manco me lo fa”.

***********

Se mi ricordo! Proprio il vescovo di Torino, che era il Cardinale Agostino Richelmi, stava per venire al mio convitto per cresimare un gruppo di bambine tra le quali anche io. Quando lo seppi non potei dormire; l’avevo già visto una volta in una processione e ne ero rimasta ammaliata.

Nulla c’è nella mia memoria di più commovente che la sua figura di santo ammalato, consunta d’ardore. Nel fiotto superbo della porpora, che invadeva l’altare dolce e piccolino delle educande, la sua altezza mi atterrì dapprima, ma gli occhi, nella preghiera, man mano si riempivano di pianto e di febbre e la mano si levava a benedire esilissima col rubino immenso che sanguinava come una stimmata: “Sinite parvulos venire ad me” pareva dicesse. Poi cominciò a parlare, piano, dolcemente, a pause, a strappi d’amore e con gli occhi fissi in alto pareva che delirasse.

Sotto il velo di cotone bianco cominciai a sussultare e a piangere. Io non capivo quasi nulla di quanto il buon cardinale diceva, nè ci stavo a pensar su: mi sentivo soltanto dimenticata da tutti e disperata delle nere disperazioni infantili che non si sa da dove vengano. Egli diceva che il mondo era bruttissimo, che noi dovevamo fuggirlo, esecrarlo, come le agnelline il lupo, ma come?

Sapeva il buon cardinale la faccenda dell’uccellino in gabbia? Sapeva i misfatti delle maestre, le cattiverie delle compagne, le storie dell’educazione ed istruzione a base di dispetti feroci come la polenta? E approvava i genitori che lasciavano le bambine in giro, come bestiole nella stia, per il loro bene che è un sacco di male? Ecco: tutte le cresimande avevano lì i loro parenti a compiacersi di vederle in buona compagnia con lo Spirito Santo, mentre nella maggior parte dei casi giocavano a birilli col diavolo. Io no: loro erano di Caserta, i miei: uno scherzo, e chi s’è visto s’è visto. Come lagnarsi, come protestare, come riuscire a passarsela un po’ meno peggio così sperduti? Ed io piangevo ed in brevissimo tempo le mie compagne, pur nel raccoglimento e nell’estasi, mi dettero di gomito e mi prestarono il fazzoletto: il mio essendo troppo piccolo a contenere il mio dolore. Intanto la Direttrice, codata come una cometa in raso nero, faceva la gentile mammina a tutto spiano ed una voluttuosa cioccolata con cialde fumava in sacrestia per l’occasione.

“Presto, presto care bambine -cinguettava- e prima di tutto bisogna riverire il cardinale”.

Entrando io lo vidi seduto su un grandioso sediolone, tutto coperto di splendido amoerro rosso e col viso diafano non più triste ed esaltato ma allegro, tanto allegro di conoscerci e di consegnarci una bellissima medaglietta, un libriccino ed una scatola di canditi, una per una, tutte quante…

Io non avevo doni, nè madrina. Un’amica idiota di mia madre doveva venire e se ne dimenticò bellamente e il dono era tra le avare braccia della posta.

Allora successe una scena bellissima. Al mio turno m’inginocchiai: il cardinale mi alzò leggermente il velo con le sue mani e mi domandò come alle altre:

“Come ti chiami?”

“Lina Pietravalle”

“A servirla” mi suggerì tota Berlusca alle spalle e digrignò i denti.

“Sei buona?” mi domandò teneramente il cardinale e mi prese una mano.

Mi ricordo: dal cortile arrivava una pallidissima luce di novembre e una mite aurora nasceva, in quell’angolo di finestra, intorno alla fronte emaciata del cardinale che cercò d’alzarmi il mento sul petto. Ma io non lo volli guardare: il mio cuore era stretto come un pugno e tremavo gelata ed eccitata dalla ribellione:

“Nossignore -risposi precipitosamente, senza fiato- non sono buona”.

Alle bambine scappò da ridere sotto i veli sgualciti, ma tota Berlusca era alle vedette:

“Eminenza -commentò con voce cavernosa, come se cominciasse un’orazione funebre- purtroppo è così. La Pietravalle non è niente buona ed è anche un po’ matta. E creda che per noi maestre…”.

Ma non potè continuare; mi voltai come una vipera alla quale pestano la coda, e spingendo un dito vendicatore ad indicarla, gridai senza paura:

“E lei, è buona lei? Lei mi fa morire a mangiare la polenta!”.

Il cardinale si levò di scatto: grosse come soldoni le mie lagrime battevano le sue ginocchia. Il suo volto, cosparso d’una cenere blanda di pazienza, passò in pochi attimi dalla meraviglia alla compassione e dalla compassione ad un riso lene limpidissimo di allegria:

“Alzati, povero angioletto -mormorò premendosi il fazzoletto sulla bocca- Dove sono i tuoi genitori?”

“Sono lontani -balbettai vinta, con la voce spezzata- sono lontani e non li vedo più”

“Ecco -rispose il cardinale guardando fisso, con le narici ebbre e gli occhi dilatati, la mia persecutrice confusa- ecco, signora maestra, essa fu già provata dal Signore, questa piccola bambina e, poichè soffre, il cardinale l’aiuta e le promette… -s’arrestò, socchiuse l’occhio tremulo di pianto come se celiasse- che non mangerà più polenta!”.