“Senza la morte non ci sarebbe la vita. Va bene, ma non è questo il nodo, non è la morte il dolore. Il punto, grave, doloroso e frustante, è avere capito che anche la protezione della dignità, l’attenzione, la cura per chi è debole, malato, stanco, vecchio è davvero solo un sogno. Ed è un sogno immaginare il mondo più bello, più dolce, con gente tranquilla, mare pulito, boschi, e niente più guerre, niente più odio, né fame, né insomma nulla di male, perché proprio attraverso il sentimento di accettazione della morte, uomini, donne e bambini e animali e alberi e tutto insomma, proprio attraverso la coscienza di questa realtà, forse all’inizio sofferta ma poi accettata e schedata come, appunto, inevitabile, attraverso di essa, tutti e tutte le cose diventano numeri, astrazioni e dunque la malattia, la fame, la guerra, le carneficine, i delitti, le catastrofi fino alla cattiveria pura e semplice, passano da questo buchino che si è andato sempre più aprendo, allargando, e che ingoia dignità, solidarietà, complicità, protezione, amicizia, rispetto. E’ questo che è spaventoso nella morte. Che, così naturale e semplice, proprio perché naturale e semplice, divenga a sua volta pretesto e causa di morte. E di sofferenza. “ (da: Pausa per rincorsa, Avagliano, 2003, p. 44)