I parenti del morto

 

Sul pianerottolo corone, cuscini e grandi mazzi di fiori. In casa, quell’andirivieni e quei consueti bisbigli. C’è anche il solito odore.

Siete arrivati finalmente, dice con una punta di disprezzo la donna vestita di nero, perfino le calze ed è Agosto. E’ pallida, ha le palpebre rosse e gonfie, si muove a scatti. Senza guardarli negli occhi accenna con le mani verso il corridoio, indicando la seconda porta dove alcune persone sono ferme, sguardi bassi.

I due seguono l’indicazione, superano la prima stanza nella quale, al loro passare, un gruppetto in attesa guarda verso la porta. L’altro piccolo gruppo di persone in sosta alla seconda porta si sposta. Qualcuno si allontana. Qualcuno chiude alle loro spalle una porta.

La stanza non è grande: c’è il letto e di fronte l’armadio sul quale si appoggia una corona di fiori. Ci sono anche una donna e tre uomini. I tre girano la testa a guardarli entrare, la donna no, ma le spalle si irrigidiscono e gli occhi si spostano verso il morto. Poi scivolano fuori tutti.

I nuovi arrivati si danno da fare, badando a non  provocare troppo rumore. La situazione per loro è chiara. Questa è gente fine, che ci tiene al suo morto.

 

Il morto é morto. Loro ne hanno visti tanti e tanti che oramai non ci fanno più caso. Soprattutto Salvatore non ci fa caso. A Franco ancora certe volte trema un  poco la mano. Quando accade qualcosa di particolare, quando il morto è particolare. Se mai c’è un morto particolare. Sì, ai morti ci badano poco tranne in qualche caso, come con quella bambina che hanno preso due giorni prima e il padre piangeva continuando a muoversi e a parlare mentre la madre guardava un punto lontano e rimaneva immobile e zitta.

Loro ci badano ai parenti. Perché, più che la casa o il quartiere, è l’atteggiamento dei parenti a far capire se il morto è stato una brava persona, se è stato amato, se i parenti tengono a lui ­o a lei-, e daranno una buona mancia.

Sono i parenti che vanno valutati. Alcuni creano problemi, urlano e piangono con troppe lacrime come se le avessero tenute tutte per quel momento oppure si buttano sul cadavere o picchiano contro la bara o contro chi voglia trattenerli. Con questi bisogna fare una faccia assente e aspettare che le cose si calmino. Altri se ne fregano di tutto, a cominciare dal morto. In questi casi, si può anche costringere nella bara senza complimenti quel corpo che non è riuscito a farsi amare. Ben gli sta, pensano. Altri ancora li guardano quasi siano loro la causa del decesso e loro, come a ribadire l’accaduto, trattano quel corpo proprio da morto. E ci sono quelli che non hanno dubbi di destare compartecipazione, come quel padre che ripeteva, Vedete quanto è bella? fate piano. E loro erano stati delicati come si trattasse di una bolla di sapone.

Questa donna non li guarda ma il modo con cui tocca una spalla al morto, un attimo prima di allontanarsi, fa sì che lo considerino come una persona, come uno che conserva dignità.

 

Era pure bella, commentano più tardi, sollevati per la fine del lavoro, soddisfatti della mancia, ansiosi di tornare a casa e, soprattutto, desiderosi di  distrarsi. Perché il punto è che più il parente piace, più quel lavoro non piace. Nel senso che, quando il  parente è giusto, loro finiscono per toccarlo quel dolore, soprattutto Franco che è giovane e ancora non ha imparato del tutto a sentirsi fuori con la testa, con i  pensieri. Così gli ripete Salvatore: Devi sentirti fuori, non ci devi pensare. E Franco non riesce a spiegare che non è che ci voglia pensare, è che gli viene in mente sua madre e Teresina, la figlia di poco meno di un anno, e anche Rosaria sua moglie. Ma lei di meno. Lei non può morire. Mai.

E’ che quando il morto è ancora una persona per i parenti, quando è ancora vivo per loro, Franco ha cercato di spiegare a Salvatore dopo la prima settimana di quel lavoro e ancora si sentiva male e Salvatore lo ha portato a bere un bicchiere di quello buono alla cantina di Don Gennaro che è la migliore, Però, ha precisato, paghi tu così impari, Quando i  parenti trattano il corpo come persona, spiegava Franco, allora quel corpo è una persona anche per lui.

Ringrazia la madonna che di suore quasi non ne troviamo più, gli ha risposto Salvatore. Quelle sì che ti fanno venire la voglia di dire, Prego sorella fate voi. Salvatore ride ma in fondo anche a lui accade che quanto più i parenti sono brava gente tanto più quel lavoro diventa difficile, e diventa difficile tornare a casa, toccare la moglie e sgridare i figli. Diventa tutto difficile. E poi c’è il fatto che i parenti ce l’hanno con loro. Li trattano come trattano i preti, come uccelli di malaugurio. Come fosse colpa loro.

Certe volte, spiega Salvatore a Franco quando anche a lui prende la chiacchiera triste dopo qualche bicchiere di troppo buttato giù per sostenere l’amico, certe volte ho pensato che loro si vergognano che noi, degli estranei, vediamo così quella persona. Capisci che dico? Franco annuisce con gli occhi dilatati e la faccia convinta e risponde, Hai ragione, io lo capisco, penso a mia madre.

Salvatore la conosce perché abitano di fronte ed è stato lui a trovare quel posto all’amico, E sapessi che c’è voluto e quanto c’è voluto, gli ha detto quando gli ha comunicato l’assunzione.

Penso a mia madre che non l’ha mai vista nessuno, continua Franco, persino il medico, quando proprio la deve visitare, deve fare una lotta per abbassarle la gonna sulla pancia, Franco intenerito scuote la testa mentre Salvatore rivede sua madre che pure era così e dice, Sì, sì, E ho detto ‘abbassare la gonna’ e non ‘alzarla’, continua Franco, e credo che nemmeno mio padre l’ha mai vista nuda, conclude rapido già un poco pentito di ciò che dice ma il vino, si sa, fa perdere la testa e aprire la bocca e poi Salvatore è un amico.

Franco non ci può pensare che presto Rosaria, aiutata dalla comare Carmela, laverà e vestirà la madre e che lui, Franco, dovrà metterla nella bara salutandola per l’ultima volta. Per questo capisce i parenti affezionati che si raccomandano come se lui e Salvatore fossero persone importanti, che facciano piano, che diano un addio dignitoso e gentile. Come quella donna.

 

Lei alla fine, dopo quei colpi inevitabilmente secchi e crudeli, si è avvicinata a loro e ha sorriso, senza luce negli occhi ma senza freddezza. Grazie, ha detto e ha teso la mano. Vuota, solo per salutarli, per salutarli uno a uno. Per ringraziarli dell’attenzione. La busta con una bella mancia l’ha data dopo quella  vestita di nero, forse una sorella del morto. In quanto al pagamento ci ha pensato uno di quegli  uomini.

Lei invece ha dato la mano e con quella ha sancito un accadimento: la morte del padre.