Fino a una decina di anni fa, si continuava a ripetere da ogni parte (anche da parte di studiose di letteratura femminile) che, tranne rarissime e pure quelle scarsamente interessanti eccezio­ni, la produzione femminile italiana era completamente assente.

In effetti nei libri scolastici, ma anche nei corsi universitari e perfino nelle “ricerche specialistiche”, di scrittrici italiane praticamente non se ne parlava. Ancora oggi, benché ormai si vadano moltiplicando studi e ricerche, è rimasta nella concezione “ufficiale” della letteratura italiana un pauroso vuoto riguardo la produzione femminile, soprattutto del passato.

Io credo si tratti sostanzialmente di ignoranza (determinata da cosa, sarebbe troppo lungo ora spiegare) perché io che da anni lavoro alla scrittura femminile italiana, invitata a presentare oggi delle autrici italiane, ho avuto il problema contrario: sono tantissime infatti quelle che avrei voluto far conoscere, sono tantissimi i nomi da citare, le pagine da leggere, le vicende, voglio dire i vissuti eccetera.

Il lavoro che ho cominciato, appunto una decina di anni fa, è stato proprio quello di andare a ricostruire la presenza della scrittura femminile italiana, inventandomi una metodologia, l’unica che permettesse, che ha permesso, un lavoro sistematico di ricerca e di lettura riguardo la scrittura femminile italiana soprattutto riferita al recupero della produzione dei secoli passati. E mi sono resa conto che la prima tappa neces­saria era quella di reperire i dati, di fare, diciamo, inchiesta sul campo.

Per darmi un punto di riferimento, un inizio, ho scelto un setto­re, quello dei libri a stampa, e un luogo, la Biblioteca Naziona­le di Napoli, e ho avviato, assieme ad un gruppo di collaboratri­ci, ridottesi via via alla sola Francesca Veglione, un Catalogo della produzione femminile a stampa dalle origini ai giorni nostri. Siamo arrivate al ‘900, e nei prossimi anni, piano piano, andremo avanti.

Il reperimento del materiale, dei dati, è solo una base da cui partire, uno strumento di lavoro per chi voglia approfittarne, un raccoglitore di notizie, momento indispensabile, mi pare, per entrare nel vivo della questione della scrittura femminile ita­liana. Grazie al lavoro di catalogazione ho poi portato avanti varie ricerche. Sapere cosa hanno scritto e, si badi bene, pubblicato, le donne, quando, dove, vivendo in quali ambienti, e dunque quali donne abbiano scritto, attraverso quali percorsi, eccetera, è una ricerca lunga, che da subito ha aperto una serie di enormi problemi, che non è mia intenzione trattare in questa sede, ma che sono oggetto del mio lavoro nei seminari di Salerno, negli interventi a Convegni, eccetera. Mi riferisco in particolare al problema della “lettura”, al problema del rapporto con la “mentalità”, al problema del giudizio estetico di questa produzione, eccetera… Qui vorrei solo ricordare che la letteratura è un sistema nell’accezione propria di Levi-Strauss, dove, se cambia qualcosa cambia tutto.

Ogni rilettura, ogni scoperta, inevitabilmente porta allo scontro con l’assesta­mento precedente, cioè, nel nostro caso, porta inevitabilmente a mette­re in discussione tutto ciò che credevamo. Per questo, ricostruire la produzione femminile non significa aggiungere nuovi nomi, non significa fare una “storia della letteratura femminile”, magari contrapposta a quella ma­schile, non significa svolgere una ricer­ca che tenda alla ricostruzione diacronica di un mondo separato, o all’inserimento di nuovi dati.

Ad esempio, trovare una scrittrice, Isabella Cortese, che nel 1500 scrive dei Segre­ti, in un’epoca in cui circa un milione di donne in tutto il mondo sono state massacrate come streghe, non significa trovare un libro divertente che ha dei precedenti e degli imitatori in libri scritti da uomini, bensì trovarsi di fronte a una favolosa e coraggiosissima beffa. In più, verifi­care che nel giro di pochi decenni, di quei decen­ni, dell’opera si faranno per lo meno dodici ristampe, non è trova­re un in più a ciò che sapevamo, ma mutare ciò che sapevamo.

Trovare una donna, Caterina Franceschi Ferrucci che, nell’800, scrive una Storia della letteratura italia­na, di gran lunga superiore a tanti libricini citati nelle bibli­ografie degli studiosi di storie letterarie, e soprattutto che, prima di accet­tare il matrimonio, mette la condizione di continuare a possedere spazio e tempo per il proprio lavoro di scrittura, di lettura, eccetera (una stanza tutta per sé), non è semplicemente registrare che anche le donne scri­vono, ma sapere qualcosa che rivoluziona quanto sapeva­mo prima: che cioè una donna seppe intervenire criticamente sui massimi autori e momenti della no­stra letteratura, seppe leggere alcuni fatti essenziali che ad altri erano rimasti ignoti, seppe stampare i suoi libri, venderli, guadagnare, eccetera. Ciò signifi­ca che non è possibile continua­re a pensare che le donne fossero assenti. E’ invece doveroso chiedersi perché, allora come ora, il lavoro delle scrittrici sia poi progressivamente stato sepolto, fatto scompa­rire, perché non le si cita, perché si usano i loro lavori, la loro sensibilità, la loro attenzione e poi…via.

Trovare delle scrittrici italiane dell’Ottocento, epoca in cui non solo i padri Manzoni, Verga, ma tutti gli altri scrittori, fino ai più insignificanti, vengono studiati, giustamente, sco­perti, chiosa­ti, le quali, totalmente sconosciute, sepolte, mai citate, e solo grazie appunto a questo lavoro di scavo, riportate alla luce, esattamente rivoluzionano la scrittura del romanzo, operano una diversità totale riguardo il precedente, è fondamen­tale. Il sen­so, insomma, di Narratrici Italiane, la mia Antologia dell’800, non è quello di aggiungere quei nomi di donne alla produzione degli scrittori, e non è certo neanche misurarle con i metri già codificati su una scrittura tanto distante come è quella maschi­le, ma saper leggere che esse, per prime, rispetto a quel genere, il romanzo, con tutte le mediazioni, le incertezze di alcune, le ingenuità di altre, portarono una nuova, inedita “visione” (nel senso Jakobso­niano e no) nel romanzo. Chi guarda è donna. Chi scrive è una mano di donna che è riuscita a collegarsi a quello sguardo silen­zioso e un po’ appartato, che ha però osservato, è riuscita ad osservare dal sé il mondo e a rappresentarlo.

La donna che scrive, sempre, in ogni caso, si scontra con la mentalità corrente.

Per concludere questo discorso, io ritengo che mai come ora a livello generale, nelle scuole per esempio, sia indispensabile fornire ai giovani la coscienza esatta di cosa si intende quando si parla di donna, di libertà, di espressione di sé, di differenza.

Avere questa coscienza e questa conoscenza da parte nostra, oggi, vuol dire operare una rivoluzione dell’immagine della so­cietà e della cultura che ci hanno tramandato, ed agire sulla presente.

Ed è pensando a questo che ho deciso di segnalare oggi due poe­tesse del 1300 e quattro del 1500, le quali tutte presentano una quali­tà tradi­zionalmente negata, non riconosciuta, alla scrittura femminile, e che è invece presente molto di frequente: quella dell’ironia.

E va sottolineato che questi cinque nomi non sono tra quelli tradizionalmente citati dalle letterature quando viene concesso che, intorno al 1500, c’è una fioritura di poetesse: si fanno in genere i nomi di Vittoria Colonna, Vittoria Gambara, Tullia D’Aragona, Gaspara Stampa e pochissime altre. E invece si pensi che nel mio Catalogo della produzione femminile a stampa nei fondi della Biblioteca Nazionale di Napoli, sono ben 149 le scrittrici che operarono nel 1500. E mi sto riferendo ad un campione, cioè alla sola Nazionale e alle opere edite. Molti di questi nomi, molte poesie, ci sono stati conservati grazie all’opera di una altra scrittrice, che posso ora solo nominare di sfuggita, questa del 1700, Luisa Bergalli. Autrice di melodrammi e tragedie, impresaria teatrale e pittrice, L. Bergalli è citata qualche volta unicamen­te come moglie bisbe­tica di Gaspare Gozzi: in realtà lei lo mantenne per anni, grazie alla sua produzione teatrale inevita­bilmente frettolosa, permet­tendogli di fare il genio sregolato.

Bene. La prima poetessa è Leonora dalla Genca, della quale sappiamo solo che visse nel XIV, che fu donna colta, stimata dai contemporanei. Nel sonetto che ascolterete, Leonora si rivolge ai “maschi”, dicendo loro di piantarla di credersi il centro dell’universo. La natura ha fatto la donna molto migliore di lui, e da questo nasce l’invidia degli uomini e quindi il loro sparlare delle donne.

La seconda è Giustina Lievi Perotti, che operò intorno al 1350, anche lei ammirata dai contemporanei. Nel sonetto, indirizzato al Petrarca, Giustina recita la parte della donnina modesta che chiede un parere al grande maestro: se essa debba continuare a esercitare la poesia, o se deve lasciarsi intimidire dal “volgo” che la ritiene più adatta al fuso e all’ago, ai lavori domestici insomma, donneschi. Petrarca le risponderà tessendo le sue lodi.

 Laura Terracina, nata a Napoli nel 1519, crebbe nell’ambiente della nobiltà napoletana. Col nome di Febea divenne membro del­l’Accademia degli Incogniti (1545-1547), fu in corrispondenza con poeti e poetesse del suo tempo. Nel 1548, ma poi più volte ri­stampata, uscì la prima edizione delle sue Rime, a Venezia. Nel 1549 altro libretto di Rime, a Firenze. Nello stesso anno a Venezia pubblica il Discorso sopra i primi canti dell’Orlando Furioso, che ebbe nove ristampe fino al 1608. Con l’ottava ario­stesca Laura Terracina rovescia i discorsi dominanti sulle donne e trova modo di spronare le donne a studiare. Altre poesie venne­ro stampate nel 1550, Quarte Rime, a Venezia, nel 1552, Quinte Rime, sempre a Venezia,  1558, Seste Rime, a Lucca. Eccetera. Oggi ascolterete stralci di una lunga poesia, dove Laura riprende il tema della difficoltà ad essere accettata come donna-intellet­tuale, artista. Ironicamente sottolinea come sia assurda questa sua pretesa di scrivere, appunto, e lascia questa attività al­l’uomo al quale solo compete.

Anche Laudamia da San Gallo batte sullo stesso tasto: lei è donna. Ma anche Laudamia, fiorita attorno al 1565, scherza su questa mentalità chiusa che la circonda: infatti continua a scrivere.

Infine Lucrezia di Raimondo, operante circa nel 1540, tratta lo stesso scherzo, fingendo una lettera, un discorso al fratello, dove raggiunge il massimo della coscienza del luogo comune intor­no alla donna (lei ha stile basso, rozzo, e femminile; la gente la criticherà, lei, poichè donna, è di poco ingegno, per quanto si sforzi)  e nello stesso tempo dove maliziosamente capovolge lo stesso luogo comune, presentando se stessa che di fatto scrive, e bene.

E chiudiamo con Modesta Pozzo, meglio conosciu­ta come Moderata Fonte. Nata nel 1555 a Venezia, orfana, educata prima in un collegio di suore, poi da un parente, Moderata Fonte fu donna di grandissima cultura e di curiosità intellettuale non comune. (Aspettava il fratello di ritorno dalla scuola e si faceva ripetere le lezioni). Recitava, cantava, suonava, ricama­va. Morì nel 1592, a 37 anni, poco dopo aver finito il suo bellissimo Il merito delle donne. dove vengono presentate alcune donne che discutono appunto dei pregi femminili e dei difetti maschili. All’uomo viene imputato soprattutto di usare la forza per tenere in stato di soggezione la donna, sia dal punto di vista culturale che materiale. E’ un libro estremamente inte­ressante e moderno per le riflessioni che contiene. Moderata Fonte è autrice anche di un poema eroico, I Tredici canti del Fluidoro, pubblica­to nel 1581, dove sono rappresentate donne gagliarde e combattive, e dove viene messa sotto accusa la dispa­rità dell’educazione, tesa appunto a rendere debole e sottomessa la donna.

Anna Santoro