Napoli, 15 maggio 2014, Seminario all’Università

Letteratura e scrittura – “leggendo e scrivendo la propria lingua si salva la libertà” (V. Woolf). (registrazione di una gentile studentessa)

Ci interroghiamo oggi sulla letteratura, sul posto che ha nella nostra realtà, evidentemente in pericolo se siamo qui in questo bel seminario a parlare “in sua difesa”, anche se ritengo che certe preoccupazioni siano teoriche, se le pongano gli studiosi perché poi chi scrive, come piace a me, lo fa “per sé” e dunque da secoli si discute ma la Letteratura c’è: e intendo con questo anche la Letteratura degli altri linguaggi: non la letteratura sugli altri linguaggi, ma la letteratura-poesia, quell’arte fatta, quel corpus in continua evoluzione a articolazione che tutti i linguaggi dell’arte producono e dunque musica, arti visive, cinema, teatro, e anche saggistica.

Non discuterò sui vari significati di Letteratura. E dunque neanche di Canone, sistema letterario, eccetera. Sono questioni che appassionano gli studiosi di letteratura, i quali si dividono tra quelli che reputano il Canone qualcosa di sacro e immutabile, e solo in casi di grande eccellenza – decisi da chi?- passibile di mutamenti, e quelli che partendo dalle opere, su di esse si interrogano, sul fascino che li conquista e cercano di tirar fuori non delle regole ma delle indicazioni, delle tracce. Per quel che mi riguarda, non solo nella mia scrittura narrativa e poetica, ma anche da studiosa di letteratura italiana segnatamente femminile, ho contestato la nozione stessa di Canone e di Sistema Letterario, ma su questo magari torneremo e cercherò di chiarire.

Cercherò ora di dire quel che per me è Letteratura (o poesia), e che lo è per le autrici che amo e che sento vicine. Per lo meno negli intenti, non nelle capacità. E di queste Virginia Woolf è l’esempio di assoluta chiarezza che perciò ho citato nel titolo del mio intervento. E infine cercherò anche di dire quali siano i miei veri timori, quale sia la battaglia che oggi in campo culturale, e quindi anche sociale e politico, si sta combattendo.

I punti che toccherò:

– la letteratura  è politica, nel senso di poiein e cioè etica/estetica

– la letteratura è  ricerca, è sempre di confine

– necessità di dare forma a se stess* e al mondo che è attorno, necessità di un linguaggio: questa è la libertà

– la letteratura è gioia, è bellezza: ascolto delle voci narranti

– insisto sul punto: tutto ciò non è ancora poesia se non si elabora il proprio linguaggio

– Scrivere è leggere

– oggi più che mai scontro di sguardi, di letture

– la mia esperienza

Fare Letteratura è fare politica (in senso alto e nobile)

“leggendo e scrivendo la propria lingua si salva la libertà”, scrive Virginia Woolf, e queste parole forse, a voi giovani, potrebbero apparire retoriche. In realtà sottolineano una questione essenziale: Virginia, scrittrice e saggista, parte dalla necessità della libertà, nel suo vivere, e in quello di tutte le donne e dell’umanità intera, testimone forte della relazione forte tra vita e scrittura.E si badi: V. si è riferita alle donne, alla cultura delle donne, alla loro liberazione. Oggi possiamo farla nostra e usarla per tutte e tutti.

Virginia parte dal desiderio, dalla necessità, dal diritto alla libertà. Come Ortese, Morante, Cialente, e tutte le grandi, Godimer, Lessing, Mansfield, Munroe, parte dalla vita. Nelle scrittrici questo posizionamento è particolarmente netto, che lo dicano o no, perché partono dal proprio sguardo, dal corpo posizionato in uno spazio. E toccano questo spazio, lo guardano, ne sono turbate, lo raccontano e cercano una lingua per farlo.

Virginia ha spiegato questo rapporto tra corpo-spazio/realtà attorno-scrittura, non in modo ideologico o intellettuale, ma cercando la verità delle proprie convinzioni. Per es. in Una stanza tutta per sé (1929), si chiede: Perché le donne scrivevano nell’800 soprattutto romanzi e non poesia (intesa come opera pienamente riuscita e libera)? E si risponde: Perché avevano un salotto in comune con gli altri della famiglia, mentre per scrivere poesia è indispensabile il raccoglimento. Da qui l’esigenza della stanza tutta per sé. Eppure, aggiunge, la stanza in comune ha insegnato alle donne a cogliere le figure umane per ciò che sono, a osservare come si muovono, l’atmosfera che creano: “aveva costantemente sotto gli occhi i rapporti umani”. E prima ha annotato quanto sia pericolosa la “mancanza di tradizione” (delle donne) ma anche “le conseguenze della tradizione” (degli uomini): è brutto essere chiuse fuori dalla lussuosa Biblioteca dei College maschili, ma anche l’esservi chiusi dentro.

Per sottolineare l’importanza della cultura di fronte a eventi disastrosi come la guerra, ne Le tre ghinee, rispondendo a chi le chiede la prima ghinea contro la Guerra, risponde che la Guerra nasce dalla mentalità e dalla cultura di chi ha il Potere, di chi fa leggi, opinione, e comanda (e ora è secondario il fatto che si tratti di mentalità e di cultura maschile). Sono la mentalità e la cultura (che producono e sono prodotte dal Potere) le responsabili. E non basta dichiarare l’estraneità (delle donne o di chi sente “fuori”), perché V. ha davanti le fotografie di guerra, bambini straziati. E comprende che la guerra la invade, sebbene non sia “in suo nome”.

Con “guerra”, intendo qui anche la guerra strisciante che c’è nella nostra società: politica, sociale, relazionale. Secondo Foucault, la guerra strisciante della nostra società è l’esclusione sistematica di chi venga qualificato come “diverso”. Tramite scuola, TV, giornali, riviste, l’assoggettamento da parte della cultura dominante (realizzato attraverso meccanismi sociali, di controllo e di esclusione, basati su ripetuti dualismi: noi e gli altri, i buoni e i cattivi, i giovani e i vecchi, i belli e i brutti, i sani di mente e i folli, gli eterosessuali e gli omosessuali, eccetera…), volutamente tende a creare dei non-soggetti, che a loro volta, nel ribellarsi a ciò, finiscono per scegliere forme di violenza sempre più distruttiva e autodistruttiva. Come la Guerra non pone fine ai conflitti tra i popoli, così la repressione e l’emarginazione non fa che radicalizzare questa condizione di non-soggetti. Dunque, la cultura dell’esclusione, cioè di uno strumento “bellicoso” usato dai Poteri per tenere sotto controllo il resto del mondo, è parte fondante della cultura di guerra.

Per fermare la Guerra, sostiene V. non servono grandi  manifestazioni, non serve una richiesta di parità da parte delle donne, una militanza antifascista, (a tutte queste comunque dà il suo obolo). Per fermare la guerra, per combattere la guerra, serve una nuova cultura: “Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare noi nuove parole e inventare nuovi metodi”. Che è poi ciò che oggi fanno tutte le tipologie di resistenti. Che scrivono, suonano, dipingono, fanno teatro, eccetera….

Ma la considerazione successiva che fa V. è sorprendente. E’ proprio grazie all’esclusione che si ha desiderio di un’altra cultura. L’esclusione è anche differenza rivendicata, se vissuta come scelta e non come oppressione. Se gli esclusi lavorano sulla propria soggettività, non lasciandosi catturare dall’autodistruzione, possono elaborare la propria cultura. E cioè leggere, scrivere, suonare, fare teatro… riflettere sulla realtà attorno.  “E’ nostro dovere continuare a pensare; come la spenderemo quella moneta? Pensare, pensare, dobbiamo. In ufficio, sull’autobus, mentre (…), mentre (…), mentre (…). Non dobbiamo mai smettere di pensare: che civiltà è questa in cui ci troviamo a vivere? “. E dunque, questa è la nozione di letteratura per V., scrive: Si previene la guerra non con consigli ai fratelli su come difendere la cultura e la libertà di pensiero (che sono nozioni astratte e gestite da chi le mette in crisi), ma semplicemente leggendo e scrivendo la propria lingua”.

Ma: se la scrittura è libertà (dalla condizione materiale e dai condizionamenti di pensiero) bisogna elaborarne una che “parta da sé” e non sia solo in opposizione, non unicamente contro, perché così si viene catturate dai propri risentimenti e distratte dalle propri desideri. E soprattutto, volendo dire altro dal consueto, bisogna sperimentare il linguaggio e creare il discorso che dica il non ancora pensato. Cioè bisogna dare forma al balbettìo. Dunque avere la libertà, e sceglierla, di sperimentare, di osare.

E’ in questo senso che la poesia è “fare il mondo”, perché è creatrice. Ma non si scrive per cambiare il mondo. Non si scrive per, non si legge per. Scrivere è assumere e liberare la propria forza, il proprio sguardo. Perciò “leggendo e scrivendo la propria lingua si salva la libertà”. E a chiarire meglio questo concetto ragioniamo su Annamaria Ortese. Lei, pur così diversa, ci insegna le stesse cose: la sua scrittura dimostra il falso dilemma tra scrittura etica e scrittura poetica, tra realismo e mondo fantastico, tra auto-biografismo e finzione, tra lirica e narrativa, e conferma il raccordo perfetto tra potenza visionaria e istanza etica che, ben lontane da essere elementi alternativi l’una all’altra si compongono in una delle più alte e significative esperienze poietiche realizzate nella nostra narrativa.

Prima regola: «avere delle cose da dire». La necessità del dire nasce dal rapporto con la vita e col mondo, e «perché leggo, perché scrivo», in scrittrici come Anna Maria Ortese, diventa e rimanda a «perché vivo». È così che un quesito letterario diventa quesito etico e in esso riconosce la sua origine.

L’etica della scrittrice, di una come Anna Maria Ortese, sta nella “sincerità”. Accettare fino alle estreme conseguenze di consegnare alla scrittura la propria lettura del mondo vuol dire morire in essa scrittura (Cixous, ma ricordiamo anche il naufragare di Leopardi: naufragare nella scrittura, e nella vita). Perché la verità che si svela (che si coglie) è insostenibile. Da qui la consapevolezza, in Ortese, di quanto sia per lei irrinunciabile l’esercizio della scrittura e di quanto, insieme, sia cosa “inutile”, sia uno “scrivere per sé”. E da qui la ricerca necessaria di un linguaggio, di una scrittura “visionaria” (e necessariamente inafferrabile perché è la stessa realtà a essere inafferrabile) che allo stesso tempo è finzione, massimo controllo e massima libertà.

Vedere “dietro le cose” necessita di nuova scrittura che dia forma a (che è la forma di) quello smarrimento che prende chi davvero vede: lo spostamento di sguardo e di lettura del mondo e delle relazioni non può darsi forma se, appunto, la forma non cambia. La scrittura è sguardo che si dà forma, che trova la sua forma per dirsi.

Lo sguardo di Anna Maria Ortese è così di necessità antagonista alle “norme”, al “razionale”, ai canoni letterari e ai comportamentali e anzi arriva a mettere in crisi la stessa nozione di realtà, come oggetto-visione a tutto tondo. La realtà in fondo non esiste: essa è doppia e forse tripla. Dipende dallo sguardo che la guarda, dalle motivazioni di quello stesso sguardo.

Anna Maria Ortese si chiede spesso: letteratura è menzogna? E non solo nel senso ovvio a cui rispondiamo che sì, certo che la letteratura è finzione, ma nel senso di chiedersi se la letteratura serve, se pone domande credibili, se ne vale la pena, se ha senso. E non solo: nella nozione di “letteratura” Ortese include il mondo letterario – «questo teatrino che è la letteratura» – e cioè i premi, le scelte editoriali, i critici, così si chiede: ma scrivendo…dove va il mio desiderio di mondo pulito e buono? La mia visione di “bontà”?

In Corpo celeste: – «Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla, è tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene». E alla domanda se ci sia qualcosa di più importante della pace dello scrivere, Ortese precisa: «Certo, la pace stessa». E ciò allude ancora a una nozione etica e articolata, e vorrei aggiungere seria e leggera, addirittura a volte titubante e problematica, della “funzione” letteraria.

Dunque, per la Ortese, per la Woolf, per K. Mansfield, (che sottolinea la dimensione “etica” dell’arte: rapporto arte-vita. L’arte deve riprodurre la vita, intendendo con questo che però anche un testo fantastico può dare il senso della vita, grazie alla fantasia. Inoltre in La passione della scrittura, sottolinea lo  stretto rapporto tra scrittura creativa e critica letteraria), e per tante altre scrittrici, la scrittura, la poesia, è una necessità che nasce dallo sguardo sul mondo, dal posizionamento che assumiamo nei confronti delle cose, persone, avvenimenti, nei confronti del vivere. Nasce dalla vita. Dal corpo, da emozioni e sentimenti reali, dal confronto tra il nostro sguardo e lo sguardo del Potere (politico, sociale, economico, culturale). La scrittura diviene parte della vita. Scrivere è vivere. Come vivere è fare poesia. Questo a patto che abbiamo elaborato, che abbiamo cercato e creato un nuovo linguaggio.

Tutta questa passione, questa necessità, questa fragilità e forza non bastano per essere poesia. “Far poesia“ è differente da “sentire”: il livello emozionale, l’incanto, bene, ma poi nasce l’urgenza di cercare e trovare una “grammatica“, un linguaggio, le parole adatte. E dunque bisogna smontarle, le parole consuete, le convenzioni poetiche, ripulirle dalle incrostazioni della banalità che l’uso comune assegna, e insieme fidarsi dei segni, dei suoni. Che spesso fanno poesia per conto loro. Allo stesso modo si smontano le convenzioni sociali, le ipocrisie della rappresentazione di questioni, la difficoltà del vivere. E insomma capire che la poesia sta nel come dici non in ciò che dici. E da quel come deve essere percepito un qualcosa d’altro del consueto.

Scrittura e vita si influenzano una con l’altra. Impari cose da entrambe. E, scrivendo e vivendo, crei il mondo. Perché scrivere è essere scritta da ciò che vediamo. Scrivere è l’intreccio, la relazione, tra il nostro sguardo e lo sguardo della cosa guardata (Benjamin: incanto- visione). Relazione tra me, il mio contesto, cosa penso, e “la cosa”, il suo contesto, la sua storia.

La poesia è dare forma al qui e ora. E’ dare forma a quel momento fantastico in cui percepiamo l’esistenza, la magia dell’esistenza. E anche l’orrore dell’esistenza. Ma l’ora e il qui non significa l’attimo presente, anzi: è la capacità e bellezza di cogliere la relazione tra noi, l’io, carico della sua storia, e il  mondo, anch’esso carico della sua, e il valore della lettura (che è scrittura). Non è l’ignoranza di ciò che è apparentemente fuori dell’ora e qui. Anzi, è la percezione assoluta e la compiutezza formalizzata della relazione tra l’ora e il tempo infinito, tra il qui e lo spazio infinito. Perché il qui e l’ora sono comprensivi, sono il risultato di tempo e spazio vissuti, sia della “cosa” guardata” sia  dell’io che con esse si relaziona. Dunque la scrittura che mi interessa in questo senso è etica, è il momento di eccellenza dell’incontro, tra etica ed estetica. Sono impegnati i testi che dimenticano di esserlo (Virginia). La compiutezza dell’identificazione, della forma realizzata, è la Poesia. La poesia è poietica: estetica e etica. Come per molt* di noi la politica. Per la Arendt la politica è scelta di campo e relazione. E noi sappiamo che la poesia scritta è selezione e combinazione. Entrambe fanno il modo.

Scrivo poesie da piccola, e anche racconti, pezzi teatrali, e, fondamentale, il diario. Poi ho continuato imitando di volta in volta ciò che studiavo a scuola: Pascoli, Leopardi, Pavese. O che ascoltavo da mio padre e da mia madre, da mio nonno, da mia nonna. Accoglievo le loro parole, il suono della voce, il loro sguardo che mi svelava il mondo, ma non solo: quei testi mi svelavano una parte di me che non conoscevo. E capii presto non solo la loro bellezza ma anche che strumento importante fossero le parole. Così divenni una lettrice accanita. E sognavo di diventare scrittrice. Ma prima ancora sognavo un mondo giusto. Da allora, la passione per la scrittura ha accompagnato tutta la mia vita: dal dare forma con parole a confusi sentimenti (il diario e le prime poesie), alla curiosità verso ogni forma di creatività e di linguaggi, ma, ripeto, fu importantissimo scoprire quanto servisse a me la poesia, fare poesia, che, tra l’altro, mi aiutava a chiarirmi chi fossi, e cosa fosse il mondo intorno.

Anche la ricerca letteraria per me è una forma di poesia: la disubbidienza ai canoni, alle storie letterarie ufficiali, alla pretesa di neutralità (dei generi, delle classi)  e la creatività nel leggere le opere e i giorni,di fare il mondo con sguardo nuovo, è fare poesia. (Ad es., per me, la consapevolezza non solo di essere soggetto (che, confesso, per me era ovvio), ma che alle spalle avessimo una storia, quella delle madri, mi spinse alla ricerca delle scrittrici dei secoli passati, in anni in cui si ripeteva (anche da parte delle prime studiose femministe) che le donne italiane, oppresse e dunque soggetti deboli, erano state assenti dalla storia e dalla letteratura.)

Fare politica, fare poesia, fare ricerca, fare progetti, (e anche fare l’amore, fare un figlio…) coincidono. Sono un solo impegno, una sola scelta. Questi vari poiein hanno in comune autenticità, ricerca, evoluzione, cambiamento.  Così, a 17 anni non sopporti la D.C e la Chiesa, l’educazione tradizionale, la divisione in classi, le ingiustizie, le oppressioni di sessi, classi, culture, le ipocrisie, e poi i canoni letterari (Il Canone!!!!), le verità indiscusse, l’aria saccente delle persone intelligenti e “informate”, gli autodefinentesi poeti, o compagni o anche compagne, i programmi scolastici, le relazioni convenzionali, la cultura tramandata in modo acritico, e così via.

L’unità che tiene  insieme i percorsi era ed è quell’io prepotente chiamato poi la “soggettività”. Non puoi che investire tutto, e tutto insieme. E questa è La scelta. Porsi in uno spazio e dire: Io ci sono. Faccio parte del contesto delle altre/degli altri. Per Rilke, che raccomandava al giovane poeta di scrivere solo per necessità, la poetica della necessità è vivere secondo necessità. Il che non significa la vita romanticamente intesa da bohemien, ma, preciso io, inverare la necessità del qui e ora, della messa in discussione di credenze, modalità, omologazioni, ed è, soprattutto, assaporare e usare la magnifica condizione dell’essere libera.

Per questa via ho imparato a fidarmi di me (come Rilke raccomanda al giovane poeta), cosa non facile. E anche a mantenermi “innocente”, che non vuol dire ingenua, ma sempre piena di maraviglia. Chi fa poesia perde le difese che generalmente si costruiscono negli anni contro gli “spaventi”, non si para dagli scioc (Beniamin), conserva e coltiva lo stupore, e dunque coltiva uno sguardo limpido che guarda e svela, fida  nella bellezza, nella bontà, e per questo si sente delusa, indifesa, vulnerabile. E’ questa la fragilità dell’artista, che alcuni scambiano per  carattere difficile.

La poesia, come il mondo, è. E a noi basta guardare, accogliere la poesia che c’è attorno e cercare di fermarla in qualche modo. Questo modo è la poesia. Che, nel rivelarsi, dice altro da ciò che cercavamo (Benn). Alla fine scriviamo ciò che non sappiamo. Per questo la mia scelta riguardo alla poesia scritta, quella di cui oggi parliamo, è stata tendere alla poesia come ricerca del linguaggio, rottura dei vecchi canoni, rivisitazione lessicale. Necessità di inventare modi e linguaggi nuovi se è nuovo ciò che ho da dire. La poesia svela, è processo, non consacrazione ma sfida. E lo fa attraverso il gioco delle strutture linguistiche.

La scelta di pubblicare il mio primo libro di poesie con Tam Tam la dice tutta: sceglievo, contro la poesia intimistica, zuccherosa, sentimentale, il gioco e la sperimentazione, visiva, sonora, usando lo sberleffo, la chiamata fuori, il non senso….. ma in questo stesso gioco rappresento una ricerca di nuovo senso. Un’ultima cosa: Oggi il mondo lo fa l’informazione. La banalità dell’informazione, la sporcizia dell’informazione. Per questo importanza della poesia nella sua accezione più vasta e per questo la responsabilità delle buone lettrici/dei lettori. E’ lo sguardo che fa il mondo. Oggi è, come ho scritto altrove, una guerra di sguardi.

Funzione fondamentale, soprattutto oggi, quella della  buona lettrice/lettore(si è tali nello scrivere). Leggere è scrivere e scrivere è leggere: scrivere è essere scritte e leggere è essere lette. E’ sempre un soggetto plurale (ancora la Arendt). Leggere e scrivere in questo sono la stessa cosa. Scrivere come leggere trasforma. Scrive Borges: il sapore della mela è nell’incontro tra la bocca di chi la mangia e la mela stessa. Dunque importanza di chi legge. Per capire gli scarti, le novità, l’impegno linguistico e strutturale delle scrittrici, servono buone lettrici. Ne abbiamo pochissime. La buona lettrice deve essere brava. Deve leggere gli scarti, la forza e la bellezza della nostra cultura.

(Trattandosi di una registrazione ci sono salti, ripetizioni e assenza di note bibliografiche. Il presente discorso assume ragionamenti portati avanti in alcuni miei saggi ai quali rimando)

Anna Santoro