SCRITTRICI CAMPANE
Leggere, scrivere linguaggi del corpo
L’appartenenza di genere è più forte dell’appartenenza geografica. Ma quanto conta l’humus di una specifica cultura?

Di ANNA SANTORO

Due miei recenti lavori, frutto di una ricerca portata avanti da anni – Piccola Antologia di scrittrici campane, pubblicato nel maggio scorso dall’editore napoletano Intramoenia e il saggio “Scrittrici” che farà parte del volume in corso di pubblicazione Napoli e la Campania nel 900 a cura dell’Istituto Croce e dell’Università di Napoli – mi hanno posto di fronte un problema per me inedito: quello di verificare la possibilità di ritagliare connotati specifici di “cultura campana”. E questo, non solo per avviare una “mappatura” della produzione letteraria femminile, e ricostruire, sistematicamente, regione per regione, il ricco e complesso scenario dell’attività letteraria in Italia (fortemente penalizzato quando in esso non vengano incluse le azioni e le relazioni delle donne), ma anche per interrogarsi sull’azione culturale compiuta sul territorio dall’opera delle autrici, al fine di individuare il ruolo intellettuale e formativo, oltre che creativo, e per interrogarsi se e in che modo quello che viene chiamato il “genius loci”, l’humus di una cultura (ma anche i caratteri locali legati a fattori politici, economici, produttivi, di organizzazione sociale, eccetera), abbia influito sul destino delle artiste e delle intellettuali del Novecento.
Va subito precisato che è difficile in generale riferirsi ad una “cultura campana”: è infatti rarissimo trovare cenni sui “Campani” (come avviene per i Lombardi, i Veneti, i Piemontesi, i Toscani, i Calabresi, i Siciliani, e così via) e tanto meno sulle “Campane”. Le ragioni storiche,
politiche, culturali, che spieghino il salto da definizioni precise e circoscritte (Napoli, i Napoletani, la così detta napolitudine…) alle dilatazioni (il Sud, i Meridionali, eccetera) sono tante e qui mi limito a dire che anche per le scrittrici ci troviamo di fronte al fatto che Napoli, per tanti motivi, soprattutto per i secoli passati, è stata (in qualche misura è ancora) punto di riferimento, metafora dell’attività di un territorio molto ampio.
C’è un ulteriore motivo, per noi molto significativo, che spiega la difficoltà di circoscrivere caratteri regionali della produzione femminile, ed è che appaiono chiare ed evidenti, a livello nazionale, le comunanze tra le scritture delle donne, di ieri e di oggi: l’appartenenza di genere è più forte dell’appartenenza geografica. E questa è un’ulteriore riprova del fatto che, sia pure all’interno di ciò che altrove ho definito il campo d’ambiguità, la produzione femminile è sempre stata, in qualche modo, eversiva e insofferente dei canoni tradizionali. Sta nei fatti che tematiche, ignorate dallo sguardo maschile e invece affrontate dalle scrittrici a livello nazionale, si rispecchiano l’un l’altra, a qualsiasi regione appartengano le autrici, e si confermano, si approfondiscono e si articolano, grazie ad una coscienza di genere vivissima già nei secoli passati. Ma naturalmente bisogna considerare il fatto che la scelta delle tematiche, nascendo dallo sguardo (di genere) di ciascuna scrittrice sul proprio vissuto e sul proprio territorio, pur risultando trasversale a livello nazionale o anche internazionale, possiede origine e ricaduta “locale” più o meno incisiva.
Si pensi alla capacità di accoglienza, nelle loro scritture, delle problematiche inerenti la condizione delle donne, e alla funzione intellettuale e politica che svolsero, a livello nazionale ma anche precisamente sul loro territorio, tra gli ultimi decenni dell’800 e, alcune, i primi del 900, le napoletane Aurelia Folliero De Luna (1827-1895), Fanny Salazar (1853-?), Grazia Mancini Pierantoni (1843-1915), Maria Savi Lopez (1846-1940), Matilde Serao (1856-1927), tutte comprese nella Piccola Antologia. Scrittrici e intellettuali molto diverse tra loro, alcune in relazione non solo a livello nazionale, ma internazionale, con scrittrici, intellettuali, movimenti e giornali femministi, scrissero, con un chiaro sguardo femminile, romanzi, diari, racconti, favole. In più viaggiarono, tennero conferenze, sensibilizzarono donne e uomini a problemi come la prostituzione, la violenza sulle donne, il rapporto con le Istituzioni, la violenza di ogni guerra. Si occuparono di educazione delle donne, affrontarono battaglie sul diritto di voto, fondarono e diressero giornali, insomma crearono una storia necessaria alla coscienza femminile moderna perché allusero sempre, di fatto, a una rete fortemente segnata dal genere e dalla soggettività femminile.
Accanto a questo essere soggetti nomadi, alla ricerca continua di verità e di risposte, esse mostrano una forte sensibilità nei confronti dei problemi e della ricchezza culturale della loro (e nostra) terra. Questa sorta di “doppia appartenenza” delle loro scritture e delle loro culture di formazione (la propria terra e la cultura d’origine e la curiosità e i legami con le scritture e le culture femminili nel mondo) dovrà essere tenuto presente sempre. Perché, in qualche modo, tornerà e segnerà tutta la produzione femminile fino ai nostri giorni, tanto che, nel leggerla, bisogna fare esercizio di messa a fuoco dello sguardo, ora profondo su oggetti vicini, ora allungato e allargato nel campo visivo.
Compiutamente coscienti della propria condizione di donne, di meridionali, di appartenenti a quella fascia tra aristocrazia illuminata e borghesia intellettuale che determinò i modi del processo di formazione dell’Italia (e che delimitò gli spazi per le donne pur comportando anche che esse ne conquistassero), le scrittrici citate danno prova, grazie a letture del reale per molti aspetti inedite (se confrontate con quelle degli scrittori coevi), di un meridionalismo molto interessante, inteso come capacità di riconoscimento/recupero e valorizzazione di identità e di segni distintivi della cultura dei loro territori, anche al fine di una relazione forte con gli altri paesi e con il mondo.
Si pensi a tante pagine del Diario di Grazia Macini sulla laboriosità del popolo meridionale (napoletano), sulla incomprensione da parte del Nord di cosa sia effettivamente il brigantaggio, sulle umiliazioni più volte inflitte a una tradizione tanto nobile e antica come quella napoletana, alle pagine in cui Grazia si interroga sull’opportunismo delle clientele politiche e sull’opportunità di certi incarichi istituzionali che a lei appaiono molto criticabili.
Anche Fanny Salazar, nei libri dedicati a Napoli e alla sua cultura, legge con sguardo fermo e coerente una realtà sfaccettata e ricca di problemi ma anche di saggezza antica, e con le sue azioni (le conferenze, l’impegno politico e culturale, la separazione dal marito) oltre che con le opere, riuscì a crearsi un pubblico e una cerchia di donne che a lei si rivolgevano e che la sostenevano.
Matilde Serao, riferendosi a Napoli, legge il degrado come frustrazione dell’operosità, che è propria del popolo meridionale. Matilde, inoltre, nei suoi scritti porta avanti un discorso molto ampio e presenta prese di posizioni inedite nella letteratura: la denuncia ferma dell’usura e della presenza della camorra, della corruzione delle Istituzioni, della ipocrisia del Potere, dell’avidità dello Stato, non semplicemente assente ma complice di operazioni illecite, sono elementi centrali dello scenario che la scrittrice rappresenta e che ancora è utile per comprendere il formarsi di mentalità oggi incancrenite. Matilde ha la capacità di cogliere il doppio della cultura meridionale: per esempio le ragioni dell’affidamento al gioco da parte del popolo napoletano con le sue tragiche conseguenze, la mentalità del “campare alla giornata”, fornendo importanti chiavi di lettura per comprendere come, sulla base di bisogni o di desideri di gente comune (che però costituiscono anche i primi segni della “società dei consumi”), prosperi l’usura, e la camorra allarghi il giro degli affari, ponendosi entrambe come (illusorio e ingannevole) riferimento per quanti senza queste “istituzioni” non saprebbero a chi rivolgersi. Matilde è anche la prima a cogliere quella specie di reificazione del divino, quell’atteggiamento alla pari che il popolo napoletano mantiene con la sfera del soprannaturale. E infine coglie e rappresenta il doppio della condizione femminile nella cultura meridionale: la condizione di forte ricatto e dipendenza (alla quale comunque si può, lei sostiene, e si deve ribellarsi costruendosi alternative) e la centralità della figura femminile. Nei romanzi degli uomini, e in tante indagini sociologiche (sempre dal punto di vista maschile), ancora oggi delle donne meridionali vengono rappresentate unicamente le debolezze, le dipendenze, le violenze subite. Nelle opere di Matilde (e anche in questo precederà la coscienza ora chiara delle scrittrici moderne), le figure femminili svolgono un ruolo fondamentale: esse sono sì vittime del Potere pubblico (maschile) e privato (padre, marito, amante), ma, a conti fatti, sono le attrici: nel senso che esse agiscono, si prendono cura, operano, pensano, soffrono, fanno e qualche volta rimediano. Sono loro i soggetti e attorno, al fondo, di lato, ci sono i personaggi maschili, i quali, in genere, sono o deboli, o avidi, o pazzi.
Scelta di sguardo sessuato e meridionalista è pure segno distintivo di un piccolo numero di storiche che, sia pure a volte ancora con ingenuità, si interrogano sulla storia di Napoli, rivisi-tando la storia di donne importanti, di intellettuali straordinarie come Eleonora Pimentel Fonseca, o di donne di potere, demonizzate dalla lettura nordica e maschile, come la regina Carolina di Borbone.
Per esempio, fuori dalla collocazione dai canoni tradizionali, a metà tra biografia e romanzo è Eleonora De Fonseca Pimentel (1935), di Bice Burgo, libro interessante nonostante i difetti, anticipazione della storiografia dal punto di vista delle donne. Raccontare la vita di Eleonora è anche occasione per ricostruire un ambiente, citando nomi e personaggi, colti nel loro fare quotidiano: Galiani, Jerocades, Teresa Fieschi Filangieri, la massoneria, Luisa Sanfelice, gli intellettuali del ’99. E per raccontare il re e la regina nella loro relativa apertura dei primi anni (e nella crudeltà dei successivi), così che comprendiamo il perché delle illusorie speranze, nei primi tempi, di Eleonora e di altri dell’epoca. Bice sottolinea anche la tracotanza dei Francesi a Napoli, ricorda la distruzione della ribelle Andria da parte di Ettore Carafa, e ci presenta Eleonora, donna generosa e appassionata, travolta dalla politika degli altri, di quelli meno generosi e altruisti di lei, e fortemente critica anche nei confronti delle violenze, convinta della necessità del ruolo formativo ed educativo dei rivoluzionari. Questo libro, allora, al di là del giudizio più strettamente storico e politico, dà ancora oggi la spinta a cercare risposte più articolate e che meglio spieghino, per esempio, la distanza del popolo dalla Rivoluzione.
Domande “moderne” e inquietanti pone anche Amalia Amadei Bordiga, che pubblica negli stessi anni Maria Carolina d’Austria e il Regno delle due Sicilie. Vicina a Beatrice – per il taglio, per lo sguardo, per l’andamento narrativo e per i modi della ricerca, fuori dai canoni dei generi letterari- questa biografia, che sembra un romanzo, non vuole, com’è precisato nella Prefazione, “riabilitare Carolina, ma leggerla come donna, madre, sovrana, che, troppo eccessivamente la Repubblica del ’99 demonizzò”. Nella rivisitazione, che tocca Carlo III e sottolinea sue responsabilità che non sempre gli storici gli hanno attribuito, Tanucci e il rapporto con Ferdinando e poi con Carolina, le leggi promosse dai Borboni, le figure degli intellettuali, ma tocca anche certi momenti significativi come, tra gli altri, il processo e la condanna di Vitaliano, Galiano e De Deo, il rapporto tra Carolina e Lady Hamilton, l’impegno centrale da parte di Amalia è studiare la terribile regina cercando di capirne i processi mentali e le motivazioni dei suoi comportamenti.
Accanto a queste figure esemplari, molte altre intellettuali e studiose svolsero una funzione culturale profonda sul territorio lungo l’arco del Novecento (e alcune fino ai giorni nostri), punto di riferimento per le donne degli anni successivi. Cito tra le note per lo meno la docente di filosofia Emilia Nobile, la pedagogista Maria Antonietta Pagliara e poi Claudia Ermelinda Pappacena, Olga Arcuno, Marussia Bakunin, Alda Croce, Elena Croce, Cecilia Dentice di Accadia, Guerriera Guerrieri…
Oggi le intellettuali svolgono il loro ruolo nelle Università, nelle Associazioni culturali, nelle Librerie. Leggendaria ha di recente presentato il Centro Adelaide Pignatelli per gli Studi Storici-Religiosi sulla Donna, (n. 24. dic.2000), L’archivio delle donne dell’Istituto Universitario Orientale (n.25, feb. 2001), l’Associazione culturale Evaluna-Libreria delle donne, (n.26, apr. 2001). Tra le iniziative più recenti: all’Università di Napoli, Federico II è in corso un importante Master in Women’s Studies, per esperte/i in Pari Opportunità, tenuto da specialiste nelle varie discipline. (Il Comitato scientifico-organizzativo è composto da Laura Guidi, Annamaria Lamarra, Simona Marino, Adele Nunziante Cesaro). L’Associazione culturale L’Araba Felice ha messo in Rete Dominae. Dizionario Biobiblio-grafico delle donne, sul Sito arabafelice.com. La libreria Evaluna organizza premi letterari e Laboratori di lettura, condotti dalla scrittrice Antonella Cilento. Tina Notarbartolo organizza, da anni, attraverso mille difficoltà, il Premio Elsa Morante.
“Conservandosi sempre nei geni memoria del passato, della cultura, della tradizione, esistono sempre dei fili di continuità, delle comunanze, al di là di ogni proibizione, di ogni cancellazione. Esistono delle storie tramandate da madre in figlia, storie di vita, di esperienze, storie fantastiche, che hanno nutrito l’infanzia di quelle che successivamente hanno sentito la necessità della scrittura. Esistono sentimenti, aspettative, desideri, molto più profondi e misteriosamente attivi anche quando, come nel caso dei ruoli sessuali, si appartenga a una cultura che ha perpetuato una storia di sudditanza. La quale storia reale (letta da una buona lettrice) vede questa sudditanza spesso più di superficie e le donne più compartecipi e complici o autonome di quanto non si sospetti. Il racconto orale, come ho già accennato, è sempre presente nella memoria e nella pratica femminile. Le voci della nostra storia di donne si fanno sentire e la nostra voce le accoglie e le rappresenta, le ripresenta. Dà loro vita», ho scritto in “Scrittrici” e la breve citazione mi permette di passare ad un altro punto importante che segnalavo all’inizio: se e in che modo, il territorio, la cultura del territorio, è presente nelle scritture. E me lo permette perché racconto orale e linguaggio del corpo sono a mio avviso elementi presenti e determinanti nelle scrittrici campane.
Quando leggiamo le pagine delle scrittrici, in primo luogo il nostro sguardo deve tenere presente il loro sguardo, il loro corpo (il fatto di essere fisicità in un territorio, con sollecitazioni non solo intellettuali, ma fatte di odori, colori, sapori, corpi), perché essi agiscono sui temi trattati, sulla sensibilità ai problemi o alle energie loro vicine, e soprattutto sulla scrittura, tanto che il loro linguaggio, in maniera più o meno programmatica, ne è segnato profondamente, dando vita (proprio in quelle che accolgono e nutrono, oltre alla differenza di genere, la differenza culturale-geografica) alle grandi opere. Nella loro opera (nel loro sguardo) c’è il contesto noto, ma anche il mondo che portano in sé, popolato da chiare figure femminili, da tensioni che prendono il cuore femminile, da interessi, da comportamenti, da affetti, da problemi e da passioni che nutrono l’immaginario femminile a partire dal vissuto familiare, dalle esperienze di vita e di cultura fino a ciò che la scrittrice vede nella città, nella strada, nei viaggi, negli incontri, a ciò che legge (scrittori e altre scrittrici), che vede a teatro, che percepisce dai discorsi degli uomini, e dalle loro rappresentazioni. Anche la presenza del pubblico, femminile e maschile, fa parte dello scenario: il pubblico femminile delle scrittrici, abbastanza folto, è composto prevalentemente da donne che si sentono in qualche modo interpretate, rappresentate, da chi scrive (esattamente come i lettori si sentono gratificati dalla possibilità di identificazione con il protagonista creato dagli scrittori) mentre tradizionalmente devono convivere unicamente con personaggi femminili creati dalla fantasia maschile.
Il punto è che, se si riesce a recuperare il proprio rapporto col sé, se davvero si scrive di sé e per sé, la scrittrice ha bisogno di recuperare la propria identità e per farlo, ri-crea la propria storia, quella della famiglia, del proprio territorio, del proprio scenario. Si scopre così che nella nostra storia del Sud, bene o male, è vero che le donne erano centrali. Ed è vero che il silenzio delle donne o la perdita di identità ha riguardato più le società “avanzate” che non quelle maggiormente legate alla tradizione. Perché qui le donne parlavano e come, sia pure a loro modo!
In quasi tutte le scrittrici contemporanee (Fabrizia Ramondino, Anna Santoro, Emilia Cirillo, Maria Natale Orsini, Giovanna Mozzillo, Luciana Viviani, …e anche Cristina Comencini e Elisabetta Rasy), uno degli elementi comuni è questo ritornare nella memoria alla ricerca delle radici, degli spazi dell’infanzia e della fanciullezza: in essi campeggiano con assoluta preminenza le figure femminili, le relazioni tra figure femminili. E tale centralità non è data dalla particolarità della vicenda biografica delle autrici, ma è pienamente giustificata dal fatto che nella cultura meridionale (napoletana-campana) a reggere la struttura intera e a reggere i rapporti, le donne, creando in più genealogia, sono state sempre centrali. E sono state centrali non solo all’interno della casa, della cerchia familiare, ma, come ci raccontano le autrici (da Matilde Serao a Natale Orsini) sono state centrali nell’economia, nella formazione, nell’elaborazione dei riti, e così via. Quella centralità era tale anche perché i confini dell’agire coincidevano un tempo con quelli della visibilità. È oggi, penso tante volte, che le donne, in certo senso e assurdamente, sono meno visibili nelle loro funzioni, o meglio, è oggi che la visibilità femminile dipende da fattori altri che dall’agire.
Al di là di temi di indagine e/o di scrittura che, come ho già detto, sono segnati dal genere più che dal territorio, ciò che certamente fa la lingua di chi scrive è il posizionamento di sguardo, il punto di vista, il che non allude semplicemente ad un “modo femminile” di guardare le cose, ma allude al fatto che all’origine di questo sguardo c’è il corpo (sessuato), posizionato in uno spazio, dal quale spazio riceve in certo senso forma. Così, tra i segni che il nostro territorio consegna all’identità di chi scrive, il più evidente e interessante è certamente quello del linguaggio, e non solo perché, programmaticamente o no, la lingua napoletana è sostrato sempre presente, ma perché la cultura meridionale detta metafore, lessico, figure, immagini, che hanno a che fare con gli spazi aperti, con il mare, con la fisicità, con il corpo e i corpi delle donne (e degli uomini), con il clima, con la luce, con il caldo, con il sole e con l’ombra e il buio, come assenza appunto di luce e sole. Il nostro territorio ci abitua al rapporto continuo tra vastità, che porta un filosofare dal ritmo lento e sognante a volte apparentemente inconcludente, e particolare vicino: il rimbombo delle voci, il luccichio del sudore, l’odore dei capelli. La sonorità stessa del linguaggio scritto conserva, ancora più che nelle scritture di altre, il suono della parola orale, conserva il ritmo dell’affabulazione, della narrazione di favole, che è insuperabile nella terra che tanto donò al Boccaccio e che fu patria di Basile. Basta leggerle: le scrittrici dell’area campana, pur così diverse, hanno tutte qualcosa a che fare con i sapori, i colori, i suoni. Nella mia Piccola Antologia, questo elemento balza agli occhi. Le scrittrici qui raccolte, pur così diverse, hanno in comune un linguaggio solare, rotondo, fatto di terra, di sole, o, come scrivevo prima, di ombra e di buio, rappresentano un’abitudine all’immensità costretta in schemi non accettati dalla mente, dal corpo. Anche nelle più intellettuali, anche lì dove c’è un disegno preciso, razionale, strutturato, troviamo una fisicità e una capacità di dare forma al desiderio, che è molto di più che alito della voce (secondo la definizione di Asor Rosa riferito alla scrittura femminile): scrivere (e leggere) è toccare (Maria Pia Pozzato).
Penso che le risatelle di Giovanna Mozzillo, il Vesuvio poveriello di Maria Natale Orsini, il tempo schiattoso e i reumatici di Lina Pietravalle, abbiano radici nella disponibilità delle autrici ad ascoltare l’eco dell’altra voce, della voce orale, di quella che ha pronunciato le parole, o che ha per prima raccontato la storia, unendo gesti, modulando toni, facendo pause. E che questo le colleghi a Anna Maria Ortese e a Elsa Morante. Che la terra di Emilia Cirillo sia la stessa terra, umorosa e profumata di Lina Pietravalle, che la pagina sui lastrici di Fabrizia Ramondino, la colleghi a quelle sul mare di Anna Santoro e a quelle su Procida di Elsa Morante, che la malinconia secca ma fatta di parole-immagini di Anna Maria Ortese riporti a Fabrizia Ramondino, che il grande corpo che Anna Santoni ostenta, capace di saltare, di volare, di fare tutto, è appunto come l’incredibile Hulk, donna però. E penso che la bellezzina bionda e pallidetta di Matilde Serao anticipi la tenerezza del lessico di Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Penso alla favola magica che da Maria Savi Lopez, passando da Lina Pietravalle, Elsa Morante, Anna Maria, tocca Giovanna Mozzillo e Antonella Cilento e approdi a Maria Natale Orsini. Ma Maria Natale Orsini, con quella scrittura che dà forma alla storia attraverso il racconto del fare la pasta, ci riporta a Matilde Serao …
E penso che, grazie al linguaggio così sempre davvero innovatore, il sentimento struggente, che si alterna a pagine di denuncia forte e puntuale, non cade mai nel sentimentalismo o nel rimpianto del tempo perduto, ma rappresenti la tragicità e la profondità dell’utopia femminile nei confronti di un mondo che le donne vorrebbero diverso ma sanno ormai bene che la questione non è quella di trasformarlo, ma di prendere atto che lo fanno, essendone parte. In posizione di svantaggio.

Legendaria 2001 (27/28)