Poesie

Le prime poesie che scrissi le lessi a mio padre. Avevo otto an¬ni. Di leggerle alla maestra non ci pensai neanche per un momento: era una vecchia dolcissima maestra che non mi aveva insegnato quasi niente -ciò che sapevo lo avevo imparato a casa-, mi voleva un bene dell’anima e qualsiasi cosa le sarebbe apparsa una meraviglia. In quanto a mia madre, la giudicai troppo impegnativa: pensai che lei sapesse quanto già da allora ci tenessi a fare chissà cosa e te¬mevo, forse, che lei avrebbe potuto dire: E’ tutto qui que¬sto chissà cosa che vuoi fare!
Papà invece faceva statui¬ne e alcune erano uno schifo bello e buono. Voglio dire, se lui faceva anche delle cose orride poteva accettare quello che scri¬vevo anche fosse stato repel¬lente: sarebbe stato come qualche sua statuina. Certo lui poteva dire: Ma io ho fatto anche la ma¬donna piangen¬te della cappella mortuaria della famiglia XJ (non ricordo il nome, ma c’era un De nobiliare), o anche la testina di tua sorella, che era proprio bella, molto meglio dell’originale secondo me, oppure quei quadri strani dove c’erano colori bellis¬simi che mi incantavano e mi intimidivano ma non si capiva nien¬te.
Io allora avrei risposto che anche io in futuro avrei scrit¬to altro e che quelle, le prime, nel peggiore dei casi erano come quel¬la sua statuetta della “bimba che gioca”, davvero orren¬da, e in¬fine che io ero piccola! Forse una bimba prodigio?
Così entrai nello studio e lui era immobile a guardare quel pezzo di creta che aveva sul cavalletto. In mano aveva altra creta e evidentemente si chiedeva dove metterla.
“Papà -nessuna risposta- Papà senti…-lui grugnisce qualcosa senza staccare gli occhi dal suo lavoro- Vorrei leggerti qualco¬sa”
“Sì cara”
“Mi senti papà?”
“Sì cara”.
Mi faceva arrabbiare sul serio quando faceva così. Era chiaro che non sentiva. Mamma si era abituata ma io no.
“Papà” urlo.
“Cosa c’è?” fa un salto e mi guarda sbalordito. Ma non secca¬to: papà era sempre altrove e quindi le cose che avrebbero potuto urtarlo non le avvertiva proprio. Guarda oltre le mie spalle e capisco che cerca mia madre.
“Voglio leggerti due poesie che ho scritto”
“Poesie? Come? Oh certo, hai scritto delle poesie…”.
Sembra quasi che non sappia cosa sia una poesia. Ma ormai ho la sua atten¬zione e decido di sfruttarla.
“La prima si chiama “La vita” ”
“La vita. Sì, certo…”.
Lessi tutto d’un fiato e poi lo guardai dritta negli occhi. Occhi imbarazzati e infelici:
“Oh sì, bene. Certo. E’ una poesia…”
“Ora ti leggo la seconda. Si chiama “La viandante” ”
“Ecco, senti, forse…”.
Ma anche la seconda fu letta senza badare a lui.
Finalmente tac¬qui e rimasi ferma di fronte a lui, con quel grembiulino corto, le treccine, le lacrime in fondo agli occhi, la gola chiusa e l’aria indisponente.
“Già!”, mormorò lui mentre io continuavo a dondolarmi ora su una gamba ora su un’altra, guardando con ostentata attenzione, come fosse la prima volta, gli innumerevoli bozzetti sparsi sul suo tavolo di lavoro.
E invece mi sarebbe piaciuto che papà sal¬tasse su a gridare che era nata una grande poeta. Avreb¬be chiamato la mamma, mia sorella, che così avrebbe smesso di farmi i dispetti, la nonna della vicina di casa, il portiere, la maestra, gli amici, tutti insomma. Sarebbe stato lui a farmi capire quanto fossi brava. Avrei poi raccontato la paura, la timidezza, l’insicurezza di tanti giorni, e gli altri avreb¬bero commentato, scuotendo la testa, che così fanno tutti gli autentici geni: non conosco¬no il loro valore. Insomma mi sarebbe piaciuto che la mia paura si rivelas¬se scioc¬ca, fuori luogo. Invece la cosa non andava così. Lui era fermo a guardarsi le mani. Anzi studiava la creta, ormai appiccicata alla pelle, quasi si fosse formata da sola una forma eccezionale.
Poi ci fu il suo sorriso:
“Bene. Continua, continua a scrivere cara. Vieni qui”. Mi ab¬brac¬ciò forte ed io non sapevo se per complimentarsi, per conso¬larmi, o per farmi considerare chiusa la conversazione.
Dopo di allora per un po’ cercai di non scrivere più. Finché non mi scelsi come ascoltatrice la figlia della nostra portiera, Antonietta. Lei ne fu entu-siasta, delle mie poesie. Mi ripeteva ogni volta : bellissima, davvero, bellissima. Ma poi una sera aggiunse che le mie poesie erano come quelle che si stu¬diavano a scuola, e, poiché in passato tante volte mi aveva confidato che ciò che più odiava della scuola erano tutte quelle poesie cretine, francamente rimasi perplessa.