In Guida al Catalogo, 1990 (e già, un poco diverso, su “Esperienze Letterarie”)

La lettura non è neutra

Per sostenere concretamente questa affermazione, ripetuta anche (1) nell’Introduzione, vorrei ora leggere la pagina di una scrittrice.
Consideriamo il racconto Prendo moglie di Rosalia Piatti“ (2). Il titolo del racconto immediatamente provoca la domanda sul perché la scrittrice abbia creato un personaggio-io maschile. Così s’incuriosisce la lettrice, mentre il lettore si allarma, domandandosi chissà cosa gli attribuirà la scrittrice. Oppure si rassicura, perché nella letteratura il protagonista è sempre un uomo. Comunque, un dubbio in entrambi rimane: Rosalia Piatti mi narrerà una storia dal punto di vista dell’uomo, visto che la prima persona, il personaggio-io, è dichiaratamente un uomo?
Noi sappiamo che l’autore è sempre altra cosa dall’io narrante, allora qui domanda più pertinente è: “Ci sarà una identificazione, per quanto fittizia, della scrittrice col suo protagonista o si tratta di altro?
Gli scrittori ci hanno abituato a queste pseudo identificazioni (“Madame Bovary sono io!”, tanto per citare l’esempio più classi¬co). Come si comporterà questa scrittrice?
Cominciamo la lettura e andiamo a verificare se in noi scatta la disponibilità a credere nella storia -poiché di storia si tratta- se scatta l’immedesimazione, se si crea la collaborazione tra chi legge e ciò che viene letto.
La lettrice riconoscerà, nel gruppo di giovanotti che parlano, il tipico linguaggio-seppure del secolo scorso- di uomini ammiccanti tra loro riguardo le qualità femminili. Ernesto infatti, il protagonista del racconto, dovrebbe “prendere moglie” e la candi¬data, per quel che lui sa, visto che non la conosce, è bella, sana, ricca, giovane, buona e istruita. E’ questa la sequenza dei valori e su di essa bisogna fermare l’attenzione: bella, perché sia di godimento allo sposo, sana, perché non rechi fastidi e preoccupazioni, ricca, perché collabori all’economia domestica o addirittura la sostenga (3), giovane perché così possa continuare il nome della famiglia, buona, perché sia obbediente, e infine istruita. Questa ultima qualità immediatamente desta la curiosità degli amici e le loro domande. Ernesto ripete: “Molto istruita sì, ma…”. Ma l’attenzione degli amici è altrove: altrove si cerca il motivo del “ma”, si cerca dove l’attenzione è più forte, cioè si cerca un difetto che attenti alle qualità essenziali. Per prima quella della bellezza: forse è zoppa o blesa o quercia, chiedono gli amici. O forse malata, irascibile, povera, vecchia (4).
No, no, risponde Ernesto, la fanciulla non è blesa, quercia o altro, e la lettrice si chiede dove andrà a parare il discorso, ma intanto annota che, nel racconto, si discute di un eventuale matrimonio combinato. Lo zio, infatti, ha proposto la ragazza al nipote, in crisi per “la perfidia di una certa maliarda”. Anche questo la lettrice annota: cioè il gusto della Piatti a sottolineare, ma con eleganza, gli stereotipi della mentalità, della visione maschile. Infatti in mezzo rigo la nostra scrittrice ci informa della precedente storia del giovanotto di buona famiglia incappato nella rete di una donna affascinante e leggera, magari avida, che lo ha abbandonato dopo avergli fatto perdere la testa. La lettrice verifica che quel mezzo rigo, sottolineando a quel modo, con quelle parole, la storia, la svela, denunziandola come convenzionale e ripetitiva, eppure presente, come fosse vera, nella coscienza e nella letteratura maschile.
Ma, a proposito di “maschile”, come sta leggendo, il lettore, questa pagina? Le possibilità sono due: o anche in lui è scattata l’immedesimazione -con quei personaggi che gli assomiglierebbero- e non si accorge della perizia della scrittrice riguardo lo svelamento che indicavamo prima, al massimo cogliendo con lieve 
divertimento la rappresentazione di un naturale momento della vita di un giovane -certo, di quei tempi- come chi si senta preso in giro garbatamente e accetti lo scherzo, tanto non è importante e lui è “un’altra cosa”, oppure è decisamente
infastidito, dice, per la “pochezza” del dialogo.
Nella seconda pagina è svelato il segreto nascosto dal “ma…”: la fanciulla sa il latino! Tale pecca è ignorata dallo zio, si affretta a precisare Ernesto, sottintendendo che altrimenti mai quel sant’uomo avrebbe pensato a proporgli tale mostro. Così si definisce ancora meglio l’ideale di moglie. Dice Alfredo, uno degli amici di Ernesto: “Dovete far come me, se volete moglie: scegliervi una ragazza non brutta, sana, con bella dote e la casa…”(5).
Il racconto continua, ma noi qui ci fermiamo per sottolineare ancora alcune cose e poi passare ad altre. Vogliamo sottolineare la differenza di lettura tra un lettore e una lettrice, la non possibilità di un lettore “neutro”.
La situazione messa in scena, il modo con cui la si racconta, è troppo “di parte” per non dar fastidio alla parte avversa, e non nel senso di urtare la suscettibilità (ma pure quella conta, il lettore è prima di tutto un uomo!), ma fastidio nel senso che l’eventuale identificazione, forse nata inizialmente, presto tende a ritirarsi, perché il “campo mentale” del lettore non gli ha mai fatto vedere in questo modo gli eventi. La letteratura -e prima ancora la vita- non gli ha insegnato a leggere le cose se non dal suo punto di vista, in più dato come neutro o generale -il che in fondo è lo stesso-, quindi il racconto gli appare “di parte” nel senso che non è dalla “sua” parte. Gli appare ideologico, perché non si tratta della “sua” ideologia. Gli appare polemico, a tesi e dunque inaccettabile sul piano estetico (oltre che su quello storico, psicologico, sociale, eccetera).
Infatti il racconto è di parte, e non può essere altrimenti. E con “parte” non intendo riferirmi al concetto di due schieramenti contrapposti, ma proprio al concetto di “visione”. La “visione” del racconto della Piatti è inaccettabile per il lettore. Credo si tratti dello stesso fastidio che deve aver preso i primi lettori di libri ormai reputati innocui: ad esempio il lettore bianco americano che lesse La capanna dello Zio Tom (di Enrichetta Becker Stowe, va ricordato), o i lettori moderni simpatizzanti dell’Aparthaid di fronte opere che combattono il razzismo. Cioè lettori di libri che presentano un “punto di vista” diverso dal consueto, che è quello del lettore “normale”. Eppure non si qualifica “di parte” tanta letteratura che è di parte, ma di parte maschile.
Esiste una memoria alla quale colleghiamo un libro, le informazioni che un libro ci offre, nel momento in cui lo leggiamo (fenomeno analogo accade di fronte a film, quadri, musiche…). La memoria può reputare accettabile un testo o respingerlo, a seconda appunto di ciò che contiene essa stessa.
Il lettore (o la lettrice) può comunque nutrire curiosità verso una “diversità” che incontra. Può disporsi a leggerla, assorbendo, facendo proprio, per quel che può, il punto di vista di quella diversità e quindi disporsi a capirla, cioè ad essere tanto “capiente” da raccoglierla. O può non avere tale curiosità, tale disponibilità.
Io credo che la donna (o il nero, o l’appartenente ad una classe non egemone) abbia via via interiorizzato tanto la memoria dell’altro da sé che abbia finito con l’accettare ciò che veniva continuamente ripetuto. Abbia finito cioè col non avvertire più “di parte” la “diversità” del maschile, del bianco, della cultura dominante… Voglio dire che le donne, in quanto pubblico di una letteratura maschile, abbiano imparato a dare per scontata la non identificazione, addirittura giungendo, in certi casi, a tale assuefazione alla parzialità del testo (alla sua diversità dalla memoria personale) da avvertire come inadeguatezza della propria memoria la resistenza alla identificazione e da accettare il testo e memorizzarlo. In questo modo quella finzione letteraria, quell’immaginario che non le corrisponde, ha costituito da quel momento in poi un ingrediente della sua stessa memoria.
Esempio attuale è quello dei prototipi femminili ai quali il cinema ci ha abituato. Se una donna rifiuta un film per come rappresenta le donne, la si chiama noiosa, pedante, eccetera, ma agli spettacoli costruiti dal punto di vista femminile, le prime obiezioni -da parte del pubblico maschile- riguardano proprio il punto di vista.
Il protagonista per eccellenza dei nostri romanzi, ma anche di quelli d’oltralpe, è sempre un uomo, avventuriero, buono, cattivo, disperato, angosciato, allegro, eccetera, e ciò è “normale”. E sottolineo: è davvero “normale”, perché, benché non sia detto, questa è la cultura del genere maschile.
Il problema nasce quando la scrittrice è una donna che scrive la “differen¬za”. Anche qualora non tratti in specifico quei temi riconosciuti come “femminili”, ma comunque rappresenti la realtà dal suo punto di vista, si parla di “letteratura femminile”, di “cinema femminista”, eccetera, sottintendendo una parzialità, una specificità, che invece non si è attribuita alla scrittura maschile. 
E’ introvabile, perché infatti non esiste, un libro di critica letteraria che riguardi “gli scrittori uomini” o “la scrittura maschile” o “le tematiche maschili nel movimento d’avanguardia”, e così via. Perché, ripeto, il maschile si è fissato come “generale”, benché tratti la realtà dal proprio punto di vista. L’angoscia dell’uomo è sempre intesa come angoscia dell’umanità, ma quasi sempre è unicamente dell’uomo, o perlomeno è diversa dalla sensazione angosciosa rispetto alla vita, alla morte, alla storia, agli avvenimenti che potrebbe esprimere una donna.
Dunque il lettore non è preparato a quella disponibilità, a quella curiosità, alla quale si accennava.
Va detto con chiarezza insomma che, la letteratura essendo un universo a sé (ovviamente connesso per vari aspetti all’ambiente), le regole e la retorica che la distinguono hanno finito per fissarsi come “neutre”, “oggettive” (sia che si trattasse, val la pena di sottolinearlo, di letteratura realistica sia fantastica) e per obbligare spesso, chiunque le praticasse, ad accettarle così come erano state cristallizzate.
Ma come può un sistema di “segni”, in questo caso di parole, che nasce da una cultura, essere neutro? Come si può usare una scien¬za in modo neutro, se l’uso di essa è segnato dai modi dell’approccio: una relazione sui dati, tanto per fare un esempio banale, riguardo le spese di guerra, come può essere, non solo sintetizzata, ma analizzata, in modo neutro sia che ad analizzarla sia un pacifista oppure un generale “guerrafondaio” come si diceva una volta?
Da queste considerazioni a quelle concernenti la violenza conti¬nua che la cultura egemone, maschile, bianca, borghese, -con prototipi prodotti da fattori economici, politici, sociali e dalla stessa cultura fissati, diffusi, restituiti come valori-, fa sulle culture minoritarie o più deboli (e penso anche alla cultura dei belli, magri, sani, sui brutti, grassi, malati), il passo è breve. E la prima considerazione è che le culture cosiddette minoritarie (più deboli) hanno finito per recepire e far proprio l’immaginario stesso di quella cultura che le schiacciava. In questo senso anche si spiega la tendenza alla sottomissione alle regole da parte di tante donne che hanno scritto o che scrivono. Si deve parlare anche di insicurezza, di non riconoscimento di sé, di una sottovalutazione del fatto di costituire una “differenza” cioè una cultura altra.
Torniamo al titolo del racconto, perché le considerazioni qui fatte ci aiutano a comprendere qualcosa che era sfuggito: se infatti inizialmente era apparso puramente denotativo del significato del racconto che seguiva e semmai l’ambiguità e la novità erano unicamente nel “punto di vista”, ora questo punto di vista si carica di importanti significati. Le parole sono segni, significanti che rimandano a un significato, a un concetto, a una cosa. Per decifrare il significato, chi legge deve possedere un referente comune a chi scrive. Appare chiaro ora il motivo che ha spinto la nostra scrittrice a usare quel titolo. Rosalia Piatti ha fatto proprio il referente maschile dell’allocuzione e lo denuncia come tale, vale a dire come maschile. Chiarisce cioè che esiste un femminile e un maschile e che quel “prendo moglie” rimanda una convenzione sociale, dove l’amore, l’attenzione, l’intesa intellettuale, non sono previsti: esiste un contratto uni¬laterale che prevede il compratore che controlla che l’oggetto in vendita corrisponda in pieno alla pubblicità che di quell’oggetto gli è stata fatta. In questo caso, la pecca, l’imprevisto, è il saper latino. Sapere il latino corrisponde ai denti guasti di un cavallo.
Anche Luisa Saredo in Un matrimonio di convenienza (6) denuncia il matrimonio come contratto unilaterale. Se però in Prendo moglie l’autrice si vela e vela il suo punto di vista dietro l’onniscienza, cioè il “chi l’ha detto?” , il punto di vista della rappresentazione è fuori campo, e l’autore, in questo caso l’autrice, è apparentemente al di sopra e al di fuori, assente insomma –in realtà, appunto, onnisciente- Luisa Saredo dichiara il punto di vista che è quello della protagoni¬sta che parla in prima persona. E attenzione: se il titolo del racconto è detto dalla Saredo, la quale non vuole creare ambiguità o suspence ma dichiarare immediatamente la materia e la prospettiva dalla quale viene rappresentata la storia, il personaggio-io del racconto è appunto un personaggio. Un personaggio che vede la scena e gli avvenimenti, ma non li pensa.
Quando l’aspirante sposo si reca a casa della protagonista per scegliere tra le sorelle la futura moglie, l’io narrante si limita a ricordare: “Non oblierò mai quel momento. Sfilammo una alla volta, Agnese in capo a tutte, le altre dopo, secondo l’ordine di età: mio padre ci nominava, noi facevamo una riverenza profonda…” (7). E’ la Saredo che, poiché è una scrittrice, sa l’inutilità di commentare la scena, che comunque inevitabilmente darà l’idea di un mercato, poniamo di cavalli. E’ la Saredo cioè che usa la memoria del lettore/della lettrice per l’inevitabile riconoscimento nella rappresentazione di una scena appunto di mercato.
Il tema della denuncia del matrimonio come contratto, quasi sempre concordato tra il futuro marito e i genitori della fan¬ciulla, è tema centrale della narrativa femminile italiana della seconda metà dell’800 (8). Le scrittrici hanno comparato le “romantiche” storie d’amore, presenti nella letteratura, con la realtà della condizione di una moglie, e anche di un’amante. Svelando l’esistenza di questo doppio registro, si rifiutano di rappresentare anche esse storie d’amore necessariamente perdenti per la donna. Questo è un punto importante da valutare. Perché nella letteratura tradizionale (maschile), soprattutto sulla fine dell’800, l’amore, si badi, non è mai collocato nel matrimonio, tranne eccezioni tipo Fogazzaro (per non parlare di Manzoni). Del matrimonio (giustamente) non si parla, quando si parla d’amore. Si raccontano amori brucianti, ideali, travolgenti, drammatici: spesso il protagonista narra con rimpianto la passione perduta e ricorda la donna amata, poi travolta dal destino, addirittura si autocondanna per l’abbandono. Perché, si ricordi, sono solo le “brave ragazze”, quelle cioè che non vivono storie d’amore appassionate, a non essere travolte dal destino.
E’ anche in base a considerazioni analoghe a queste che già la Franceschi Ferrucci, per fare un esempio, critica i romanzi d’amore in voga al suo tempo, critica la liber¬tà sessuale che alcuni scrittori, alcuni filosofi (9) andavano esal¬tando, perché –commentano giustamente le donne, scegliendo al momento una via difensiva e non di reale autonomia- in queste storie nessun riconoscimento, nessuna felicità tocca alle donne.
L’amore come pazzia o morte, come passione vissuta senza difese, perseguendo l’abbandono totalizzante ed esclusivo da parte delle donne, risulta chiarissimo nei romanzi di Cettina Natoli Ajossa (10). La provata incompatibilità tra amore e matrimonio, antitetica alla pretesa logica e conseguenziale portata avanti dalla ingenuità combattiva delle donne, è rappresentata con grande evidenza. In Margherita Royn, Margherita ama Riccardo che è l’amante di un’altra donna, così la fanciulla ritiene che il giovane ami quella donna e ascolta incredula le argomentazioni di un’amica la quale invece dà per scontato che quella è passione, quindi non porta al matrimonio. L’amore spirituale e l’amore materiale corrono due strade separate, il primo può anche portare al matrimonio, il secondo alla passione. Ma gli scrittori frattanto è alla grande passione che danno il cuore dei loro protagonisti, magari riluttanti ma alla fine vinti. Chi cerca di unificare amore spirituale e amore materiale, non può che impazzire, come capita alle disgraziate protagoniste di quasi tutti i romanzi della Natoli.
Va ricordato che in questa epoca anche la Chiesa si faceva portatrice della scelta d’amore nel matrimonio (altra cosa comunque dalla passione) e, ancora più della Chiesa forse, la classe dirigente borghese che in tutti i modi doveva rompere uno dei sistemi di bloccaggio dei capitali e metterli in circolazione. Ma naturalmente nessuno svelamento, nessuna preoccupazione nei confronti della sorte delle donne, era alla base di questi comportamenti.
Nei confronti del matrimonio queste scrittrici della seconda metà dell’800, si muovono invece in modo decisamente nuovo. Nella vita anche, va detto per inciso, ci sono prese di posizione di grande interesse, tanto più quelle finora sconosciute: come la precisazione della Franceschi Ferrucci al futuro sposo che lei accetterà di sposare solo a patto di avere tempo e spazio per continuare i suoi studi (11). Posizione in parte anticipatrice della “stanza tutta per sé” della Woolf, circa un secolo più tardi.
Tornando allo svelamento del matrimonio come contratto di convenienza unilaterale nella finzione narrativa, una parte delle scrittrici gli affida una funzione di passività: ci troviamo in questi casi nell’ambito della narrativa di denuncia, portata avanti con stili che vanno dal realismo al decadentismo. In altri casi la funzione risulta attiva. Cioè le protagoniste non accettano il destino e si muovono in maniera altra: in questi casi il racconto assume la veste di letteratura politica ed educativa.
In entrambi i casi i rischi e i problemi sono molti, ma questo è un altro discorso. Ciò che per ora interessa è comprendere che tutto ciò, come abbiamo visto seppure velocemente, è anche nel linguaggio. Ovviamente.

Anna Santoro
NOTE
1) Ma cfr. anche: Appunti per lo studio delle scrittrici italiane, in Quaderno Secondo, CPE, Napoli, 1990; Anna Santoro, Ricerca e lettura delle scritture delle donne in Italia. 1° Questioni di metodo., in “Esperienze Letterarie, (1990), n.3; id…2° La lettrice, in Esperienze Letterarie, (1991),n.1
2) Faccio riferimento non alle edizioni originarie, di difficile reperibilità, ma a: Anna Santoro, Narratrici Italiane dell’Ottocento,Napoli,1987.
3) In molti racconti di scrittrici dell’Ottocento emerge un dato molto interessante. Vengono presentati molto più spesso matrimoni combinati tra un giovane di buona famiglia ma povero con una ricca ereditiera, che matrimoni tra una fanciulla povera con un vecchio ricco.
4) Vicino ai trenta anni¡ E’ interessante annotare che spesso le scrittrici italiane dell’Ottocento scrivono di donne “mature” attorniate da amanti e ammiratori o aspiranti sposi, inoltre vivono, rappresentando dal vivo, questo capovolgimento dello stereotipo. Si pensi, tanto per fare un nome, alla Aleramo. In tempi molto più vicini ai nostri, la scrittrice inglese I. Compton Burnet (1884-1969) rappresenta con totale disinvoltura sempre coppie dove la moglie ha più anni del marito.
5) A. Santoro, Narratrici…,cit. p. 45.
6) id. p. 56.
7) id. p. 57.
8) id. cfr. Introduzione a Narratrici, cit.
9) Cfr. Maria Rosaria Manieri, Donna e famiglia nella filosofia dell’Ottocento, Lecce, 1975.
10) A. Santoro, Narratrici.., cit. id. p. 79.
11) id, Caterina Franceschi Ferrucci e Le Lezioni di Letteratura Italiana, in “Esperienze Letterarie”,IX,1984,n. 3.