Certe volte una musica m’invade il corpo: giunge all’improvviso dalla strada, da una radio lontana, o da luoghi misteriosi, da quel grumo di memoria che chissà perché ritorna.
Capita che io stessa abbia dato il via, sul mio antiquato meraviglioso giradischi, a qualcuna tra le predilette melodie, una sonata in La maggiore, una canzone, senza immaginare mi colpisse ancora tanto al cuore.

Dicono che la parola cuore sia vecchia metafora d’uso, e che questo muscolo malandrino venga citato a sproposito da poete e poeti. Eppure è lui che d’improvviso pompa con tanta forza il sangue da inondare il viso (rossore lo chiamavano, fenomeno oramai in estinzione), e, così facendo, avverte di quanto sia particolare quel momento. Ulteriore riprova, questa, che è il corpo a percepire le cose, molto prima della testa.

Certe volte mi salgono lacrime agli occhi, forse per deprecabile malinconia, o per l’infinita bellezza per ciò che vedo. La vita vedo, la luce che modifica colori, i visi delle persone. Quelle.
Allora, immobilizzata dall’incanto, la mano sulla maniglia del balcone, contemplo questa distesa di ciliegi fioriti attorno alla mia casa o rivedo, come se fosse qui, quel mare ora per me lontano, quella collina, quel presepe di case. Anche un volto mi ferma, un gesto, quella foglia piccola in germoglio, il pulviscolo del raggio sulla sedia accanto alla finestra, quel gruppo di amiche o amici che scambiano pensieri e sguardi. Perché vedo forme perfette. In sé.

Mi chiedo cosa sia la bellezza e perché si dica che ferisca gli occhi. Ferisce forse il pensiero che essa, tanto necessaria, sia stata, e continui a esserlo, a sua volta ferita. Che sia fragile. Ferisce il pensiero che tanti si impegnino a distruggerla, a trovarle indecenti surrogati. E se anche di ciò, cocciuta, mi chiedo ragione, ragione, rispondo che la bellezza, come la grazia, è pericolosa, giacché forma tanto compiuta in sé da divenire etica.

La bellezza e la bontà (come altrimenti chiamarla?) sono nel mondo, come la poesia. Sono nelle cose, nelle persone, che semplicemente sono. Nulla di spe-ciale. Ed è la perversione umana che non sa e non vuole coglierle.
Capita ci riescano quelle e quelli che chiamiamo poete, poeti, ma anche altre e altri in libero esercizio di poiein, consapevoli di non avere merito se non quello di guardare il mondo e rispondere al suo sguardo. Gli altri, le altre, si assuefanno un poco alla volta al disegno imposto, cedendo la capacità immaginativa (l’unica che permette di vedere) in cambio della miserevole pratica dell’accomodamento alla lettura dei padroni.

Sì, è cosa buona e giusta segnalare storture e sofferenze, denunciare abusi, prepotenze, opporsi a esse, scartando leziosaggini tanto frequenti nelle storie raccontate nel passato e che ora imperversano in quello sciocco riquadro regnante nelle case (l’arma segreta, la soluzione finale lo chiamava Bonvi), ed è certamente necessario leggere nei cuori moti oscuri, pensieri inconfessabili, ipocrisie da nausea, ma. Ma a patto che il proprio sguardo non sia divorato dalla rabbia e dal dolore, che non si spalanchi all’osceno fino a farlo vero.

(2008)