Ricordo bene quando arrivai in città. Era una giornata di sole, calda, quasi estiva.

Le case avevano finestre aperte, i bambini giocavano per strada, si sentivano musiche e profumi di mare e di buon cibo.

In quegli anni, mi spiegarono poi ed ebbi modo di costatarlo io stessa, la gente riprendeva a sorridere e a fare progetti, a vivere.

Le donne vestivano smilzi abitini colorati, con piccole spalline piatte, colletti orlati di merletto e bottoncini di madreperla che correvano dalla scollatura fino in fondo. La stoffa, a imitazione seta, seguiva morbida le linee del corpo e lasciava scoperte le gambe scattanti.

Le donne erano ciarliere e allegre, tornavano a braccetto dal lavoro, teste ricciute si giravano a guardare gli uomini per strada, ridendo e scambiandosi occhiate malandrine. (Scoprii in seguito quante botte su quelle teste sbarazzine, quanti divieti.)

Gli uomini indossavano giacche larghe e pantaloni, stretti in vita da cinture sottili, che ricadevano flosci su scarpe sovente di due colori.

Gli uomini seguivano le donne per strada, e qualche volta arrivavano a sfiorarle sussurrando parole incantatrici. (Scoprii in seguito quanto menzognere).

Bambine e bambini vestivano abiti arrivati da lontano in pacchi-dono che le mamme si contendevano, e a casa aprivano con mani curiose e piccoli gridi di stupore. Assieme a quei vestiti le mamme trovavano confezioni di cotognate, caffè già macinato (che magia), brodo in dadi, calze di nylon, gomme da masticare. Sorta di risarcimento per una guerra forse inevitabile ma certo, come tutte, disgraziata.

Alla guerra giocavano i bambini, e le bambine a “mamma e figlia” con le bambole.

Arrivai verso le dodici, ricordo, ed ero stanca e impaurita. Ma anche eccitata.

Avevo fatto un lungo viaggio, abbandonando con reticenza e coraggio una dimora confortevole. Lì mi ero fermata per un lungo periodo, dopo un vagabondare libero ma poco costruttivo, e mi ero trovata bene: al caldo, ben nutrita, con una continua e perciò rassicurante sensazione di essere protetta, ma anche con la immotivata certezza di prepararmi a eventi irripetibili. Certe volte mi giungeva una voce dolcissima, lontana, canti musiche e sussurri, certe volte avvertivo carezze. Insomma stavo bene.

Una mattina, all´alba, svegliata da un senso di urgenza, percepii immediatamente qualcosa di nuovo: un movimento che si ripeteva a ritmi regolari.

Mi misi in ascolto, tesa in tutto il corpo: le pareti della casa pulsavano a scadenze più o meno regolari che si andavano facendo sempre più frequenti.

Presi a tastare tutto intorno per rendermi conto di cosa stesse succedendo e cercando di capire che fare (nobile interrogativo che in seguito ho incontrato più volte e al quale non sempre sono riuscita a dare una risposta soddisfacente e produttiva).

Dotata di nessun senso di orientamento non riuscivo a capire da che parte muovermi e in più era cominciata una pioggia leggera e fastidiosa che presto andò aumentando fino a trasformarsi in una vera cascata.

Malinconicamente compresi che dovevo riprendere il viaggio e lasciare quel nido accogliente. Lo feci svogliatamente e per questo, oltre al fatto di non conoscere la strada e di muovermi con grande fatica, all´inizio riuscii a spostarmi di poco. Ricordo quello stretto cunicolo: cercavo di aggrapparmi a qualche appiglio per non scivolare, ma le pareti, morbide e umidicce, continuavano a pulsare e mi spingevano senza che potessi riprendere fiato.

Ricordo anche un´orribile sensazione di soffocamento. Ero confusa, invasa da sensazioni mai provate e che pure mi incuriosivano, nonostante l´angoscia.

Per esempio, assieme alla ritrosia a lasciare la mia dimora beata, avvertivo un desiderio. Fu quella la prima volta in cui avvertii un desiderio. Ricordo il mio stupore nei confronti di quella nuova percezione. Non ero più inerte e soddisfatta di accogliere gli eventi: nutrivo ora per la prima volta un desiderio, un´idea, un progetto. E per la prima volta anche il dubbio su quale atteggiamento assumere, quale scelta compiere.

Gettai uno sguardo in avanti e vidi un puntino luminoso che mi attraeva e nello stesso tempo mi feriva gli occhi, così tornai a stringerli, ma detti una nuova spinta e sentii cedere l´ostacolo.

Per un momento di nuovo l´angoscia e il ricordo del tepore di ciò che stavo per lasciare mi fece tirare dietro la testa e incassarla nelle spalle. Fu una mossa sbagliata: mi sentii risucchiare e percepii con chiarezza un senso di vertigine, di pericolo. A questo mi ribellai, spalancai gli occhi, tesi tutti i muscoli e partii in quarta.

Una luce accecante piovve improvvisa e di nuovo serrai gli occhi ma tornai a gonfiare i muscoli e a spingere. C´ero quasi. Ancora un piccolo sforzo. Ecco.

All´ultimo fui quasi buttata fuori. Aprii gli occhi e li richiusi subito.

Quello che avevo visto non mi piaceva: una faccia enorme, rossa, con certi buffi occhiali e due mani che si protendevano verso di me afferrandomi con violenza. Scoppiai a piangere disperata. Dolce tepore, continua gioia di toccare e di essere toccata, piacere, amore, pace infinita e dolcissima. Mi rimarrà tutto impresso per sempre nel profondo, segreto da non raccontare a nessuno, realtà straordinaria per la quale non ci sono parole, condizione magnifica che deve divenire vago ricordo per riuscire ad accettare di vivere in un posto diverso da quello.

Lì, dov´ero arrivata, nella città, mi immersero in un liquido ghiacciato mentre continuavo a battere le mascelle dal freddo e dalla paura. Quella dolce immersione da cui provenivo era perduta per sempre e non riuscivo a rassegnarmi.

Tra colpi, luci accecanti, rumori assordanti, gridavo con quanto fiato avevo in gola e questo dovette placare quella orribile faccia che sembrò soddisfatta perché le sue mani si calmarono e si distrassero per un momento da me che continuavo a urlare piena fino all´angoscia dalla nostalgia.

Ed ecco, quando ormai pensavo di non farcela più, mi ritrovai in quel tepore, mi ritrovai immersa in quell´odore, in quella dolcezza infinita che credevo di aver perso per sempre.

-Piccolo amore – dice la Sua voce stringendomi fra le braccia – piccolo amore mio. Buona, Annina, sì. così.

Mia madre: morbida accogliente profumata dolcissima grande messaggera del nuovo mondo in cui ero arrivata.

Ricordo che fuori c´era il sole, era mezzogiorno in punto, i bambini giocavano in strada, una vecchietta procedeva lenta, due donne chiacchieravano tra loro con la borsa della spesa al braccio, un uomo, lanciando il suo melodioso richiamo, passava con un carretto colmo di blocchi di ghiaccio, una ragazza si avvicinava a comprarne qualche grattatina per farne un gelato, tre uomini, tutti seri, con la cartella sotto il braccio, passavano svelti, una donna, alta e bionda, fotografava il mare appoggiata al muretto. C´era il sole e un cielo azzurro e cinguettii di passeri.

E c´era mia madre, quella che, negli anni a venire, tutte le mattine mi avrebbe fatto le treccine prima di mandarmi a scuola, che mi avrebbe passato il suo sapere, che avrebbe pianto e riso per me, e che alla fine mi avrebbe lasciato, ormai adulta e con il mio scricciolo da accudire. Dimenticai l´angoscia, mi abbandonai fino in fondo grata, felice: «Questa sì che è vita» pensai.

 

La Repubblica 9 luglio 2006