Ho trovato emozionante questo libro: I treni della felicità di Giovanni Rinaldi (Ediesse ed., 2009).

Giovanni Rinaldi racconta come è nata l’inchiesta sui bambini accolti in case e in città di famiglie più fortunate di quelle di origine. I primi treni furono da Milano verso il centro Italia, e poi tantissimi altri fino a quelli che partirono da Napoli e da altri territori del Sud, sempre verso il centro. E’ una rete che si crea in tutta Italia, una rete di solidarietà, di accoglienza, che trasformerà quando più quando meno la vita di migliaia di bambine e bambini. E anche degli adulti.

Al di là della bellissima vicenda, mi ha emozionato seguire il farsi della ricerca, l’entusiasmo e la passione di Rinaldi e dei suoi colleghi, a cominciare dal regista, Alessandro Piva (il suo Lacapagira vinse il Donatello nel 2002).

Mi hanno emozionato i visi e i corpi che l’autore racconta, la realizzazione di ciò che ho tante volte cercato ora, qui, e cioè: la memoria che diventa sapienza, conoscenza, comportamento, e la semplicità dell’ideare l’iniziativa, la capacità organizzativa, l’affettività profonda delle donne appartenenti al Partito Comunista (già diverse per tanti aspetti dai dirigenti dello stesso partito).

Mi ha emozionato un mondo e un modo di agire che ricordo bene, che ho praticato con altri e altre negli anni ’60-70 (e oltre), quando in tante periferie, compresa Napoli, c’erano le baraccopoli, la fame di case, gli scandali delle assegnazioni, le occupazioni. Scoprire la miseria, la povertà, la prepotenza di certi, e la precarietà di tante e tanti, mi aiutò a comprendere da che parte stare. E lì sono rimasta. Immaginavo, a quel tempo e per tanti anni ancora, che quel modo e quel mondo avrebbero poi fatto per sempre parte della cultura non solo di sinistra, ma di quella del riconoscersi l’un l’altra, del darsi una mano per combattere le ingiustizie, del costruire relazioni autentiche completamente differenti da quelle alle quali ci ribellavamo.

Giovanni Rinaldi, che dagli anni ’70 faceva inchiesta nelle campagne e nei paesi del Sud, perché gli interessavano quegli anni di fame e ribellione, racconta che ad avviare tutto è la sommossa, la protesta, la ribellione, la lotta a San Severo, nel 1950, perché era davvero troppa la povertà di intere popolazioni, lo stato di abbandono, miseria, oppressione, sfruttamento del lavoro nero e del sistema del capolarato. In seguito ci sarà l’incarcerazione di alcuni dei manifestanti (donne e uomini), ma si arriverà anche a questi meravigliosi treni della felicità. E dunque l’autore ci presenta quelle bambine e quei bambini, quei genitori, quelle compagne e quei compagni che non solo manifestarono la propria generosità (a quei tempi ovvia e doverosa per chi si definiva comunista, ma non solo) ma fecero sì che tante famiglie scoprissero e praticassero il proprio amore (e che altro?) per persone prive di sostegno.

Un po’ come si fa ora. O no? Scherzo. Certo che no!

Non posso qui riassumere o illustrare la bellezza di questo lavoro, la ricchezza di fatti e di notazioni, la delicatezza. Leggetelo.

Ripeto per questo eccezionale documento quanto già ho scritto per il libro e il cd di Simona Cappiello: questi lavori dovrebbero girare nelle scuole, dovrebbero essere letti, riletti, studiati, da chi oggi “fa politica” (a destra e a sinistra, per motivi diversi), e dalle persone tutte. Per recuperare il “come eravamo” di una intera nazione.

E infine, ma è importante (non essendo pratica comune), mi è piaciuta la ricca bibliografia delle ultime pagine: è grazie alle citazioni e ai ringraziamenti, alla valorizzazione di chi si è già occupato di analoghe situazioni, che si ritesse una tela, una rete. Almeno me lo auguro.