OCCASIONI in “ESPERIENZE LETTERARIE” , XXXI, 2006, n.2
LA «CENTRALITÀ» DELL’INCANTO1
In questa sua nuova raccolta di poesie Anna Santoro ribadisce la cen¬tralità dell’«incanto» come matrice della letteratura, già come aveva espli¬citato e teorizzato nel «Prologo» del suo romanzo Le amiche di Carla (Napoli, Filema, 1999):
C’è un momento, nella vita di tutte noi, nel quale si rimane incantate dalla limpidezza perfetta con cui il nostro sguardo incontra lo sguardo del mondo. /…/ Questo per dire la necessità di raccontare, di rappresentare o di fermare semplicemente, la meraviglia che un tempo si è impossessata di noi e che non ci abbandonerà mai più (p. 7).
Il titolo della raccolta, «certincantamenti», significa al plurale (come direbbe Barthes), ovvero implica sia la certezza dell’incanto, sia la sua inafferrabilità: mettendo in gioco quell’indeterminazione irriducibile che è legata all’assenza di garanzie dell’incanto (ossia proprio quella recipro¬cità dello sguardo tra sé e mondo di cui parla Santoro), malgrado l’impe¬gno estremo dell’attenzione verso le sue forme espressive.
«certincantamenti» significa dunque soprattutto il cantare (incriptato nel suo significante), ossia significa il riuscire a dire, di voce e di mente. Inoltre, in «certi/in/canta/menti», «certi» significa (incanti) «sicuri», iscritti nel cantare, subliminalmente ed ineliminabilmente, ossia, significa la cer¬tezza della poesia che canta, soprattutto nella mente. Ma, «certi» significa anche «alcuni», e quindi non altri, ossia richiama al come la poesia canti, senza mai offrire sicure forme su cui contare: «La mente /esplora il buio…» (p.113); «altra strada sconosciuta/in salita affettuosa» (p. 112).
In questo senso profondo, già tutto iscritto nel preludio del titolo, la raccolta investe sia problematiche formali, simili alla teorizzazione dello «straniamento» nella tradizione dei formalisti russi (esso stesso una specie d’incanto), sia problematiche fenomenologiche, sul manifestarsi della letteratura: «Ma/ per l’amore e la poesia questo accade:/ non sai dove arri¬vi/ né il perché della partenza» (p. 114).
In breve, la raccolta è una meditazione sullo stare al mondo, che in¬clude e/o può essere il mondo po(i)etico. Lo stare al mondo è, in questa raccolta, primariamente ed indissolubilmente etico-ontologico; torneremo su questa dimensione sostanziale anche in seguito, perché, sul piano filo¬sofico, la coniugazione di etica ed ontologia è centrale a tutta la raccolta, a tutto il suo modo di incontrare lo sguardo del mondo con uno sguardo femminile.
Il farsi e l’esserci della poesia («poesia» che a livello profondo in Anna Santoro è sinonimo di «letteratura» nell’accezione più ampia possibile del termine, là dove diventa qui manifestamente risibile la distinzione tra «generi letterari»), è al centro della raccolta. Infatti, il farsi e l’essere della poesia strutturano una meditazione intrecciata, che lega le tematiche sulle condizioni di possibilità della poesia a quelle sull’etica del canto.
Inoltre, il farsi e l’esserci della poesia non sono mai scissi dal farsi ed esserci del soggetto, il che comporta uno sguardo etico post-moderno sul mondo, a partire dalla «svolta linguistica» del secolo scorso. Non stupisce che il senso del vivere sia espresso da un neologismo, «spaziotempo di vita» (p. 31), che valorizza l’inscindibilità dello spazio-tempo e/o degli spazi e dei tempi con cui si racconta il reale (nel duplice senso in cui il reale si racconta, e il reale viene raccontato).
Si raggiunge qui il livello più marcatamente filosofico della raccolta, che viene visitato e svolto con una discorsività lieve, con un impianto lessicale familiare, quasi quotidiano (che ribadisce -tra l’altro- la non spettacolarità dell’incanto, e la non intenzionalità dell’ermeneutica prima¬ria con cui si vive il mondo, secondo indicazioni hedeggeriane), ma che tocca anche istanze post-metafisiche, non estranee alle problematiche fi¬losofiche caratterizzanti la modernità.
«Nulla ci è dato intendere/ se non …/… /…che tutto è molto breve: /…/ Lungo è il tempo/dentro di noi» (p. 11). L’esserci fenomenologico e il tempo categoriale sono talmente coniugati da risultare inseparabili, come suggerisce con maestria giocosa il «frammento» a pagina 22: «con dita frugoline/ hai tanto frugato/ che il tempo è scappato/ a gambe leva¬te/ levando l’incomodo». Le genealogie lessicali che legano «frugato» a «frugoline» e «levate» a «levando» sviluppano perturbanti riprese, lette¬ralmente unheimlich: il familiare si sposta inarrestabilmente, dal «frugo¬lino» all’«incomodo», sul quale è lecito ipotizzare l’incrocio di metafore esistenziali che vanno dal banale al metafisico. Cos’è qui l’incomodo? Malgrado il frugare, e con tutto il frugare, non lo troveremo. E da sempre già scappato, «a gambe levate». Che sia la vita stessa? Ovvero, che sia ciò che per definizione resiste alla rappresentazione (con buona pace del «realismo» e perfino della «mimesi»)?
Mi sono soffermata su questo esempio per evidenziare la trasgressività discorsiva di questo lieve dis-correre, che contraddistingue questa raccol¬ta e la sua posta in gioco profondamente filosofica.
Diversamente che in ammiccanti giocosità col significante, che erano tipiche delle precedenti raccolte di Anna Santoro (si pensi ad esempio a Sestessenze. Tarn Tarn, 1985 e a Per corsi. Forum/Q.G:, 1990), in questa si riscontra una giocosità verbale al servizio di un consolidato sentire (non un sentire che abbisogni di una trovata espressiva); si tratta di un sentire così penetrante a volte, da richiedere un’attenuazione lessicale, perché non vada perduto, in ideologemi e polemiche che ne tradirebbero la portata etica.
«Ripetimi la nomenclatura» è l’emblematico titolo di una poesia (a pagina 29), che invoca e denuncia (in una sola mossa) «la legge/ che possa gabbare lo sgomento».
Si tratta dunque di un coinvolgimento col segno e la parola di tipo profondamente riflessivo, ossia fortemente filosofico, ma estraneo alla rigidità discorsiva della filosofia tradizionale. Anche la «ripetizione», fi¬gura centrale del pensiero post-strutturalista, esplicita qui in modo inu¬sitato la sua duplice valenza etico-fenomenologica.
In breve: Anna Santoro pensa da donna, ossia non irrazionalmente (come vorrebbero forse i residui patriarcali di un pensiero pseudo-illumi¬nista), ma polifonicamente, non allineata all’imperativo della chiarezza ad ogni costo, che puzza di semplificazione inaccettabile.
Colgo un’ammiccante complicità femminile ed una superiorità di po¬sizionamento nel suo dire: «Sicuro delle proprie scelte: dal detersivo / all’analisi politica – di questi tempi- / anche quando ammette d’essere confuso/ perché aggiunge: ‘Il punto è che …’.» (p. 113). IL punto per «lei» diventa «un muro dove picchiare il capo/in modo nuovo» (p. 44, corsivo aggiunto); per questo diventa comprensibile che la voce narrante di lei interpreti il di lui riferirsi a «il punto è che…», come un'(inconscia) ammissione «d’essere confuso», alla luce del suo bisogno di aggrapparsi a una cosa, identificata o da definire secondo tradizione.
In sostanza, il punto concettuale viene costantemente ripetuto, o meglio giocato (ovvero è sia messo in gioco che preso in giro), ma viene anche «dialogato», ovvero rilanciato nel dialogo, spiazzato da miriadi di «forse», di «se», e di «a volte» (significativo il titolo dell’ultima sezione della raccolta).
Questa poesia è lessicalmente elementare (vorrei dire «dementale»), e per questo è discorsivamente potente; è una poesia accessibile ma non saturabile, perché non stabilizza i suoi significati.
È una poesia polifonica cui sta primariamente a cuore la polivalenza semantica e pragmatica del dire. La raccolta tutta, in effetti, tematizza ed agisce il movimento instancabile del cogliere e ripartire, del capire e ri¬spondere. In alcuni momenti vengono in mente le musiche d’organo, le «cathedral tunes» cui allude Emily Dickinson, che le ascoltava dal di fuori, pur conoscendole bene: «Tantotutto è squallore di mediocrità pre¬senti/ il coro smaliziato mi ammonisce/ a curvare visioni percezioni de¬sideri/ e insulta la necessità di respirare/ e di volare…» (p. 10). L’etica di Santoro si esplicita nei mille modi con cui rifiuta le seduzioni e le oppres¬sioni che insultano la necessità di respirare e di immaginare.
Potremmo definire la raccolta come «una narrativa di sguardi», per¬ché il suo macrotesto articola una dialogicità aperta in direzione di mol¬teplici interlocutori, facendo uso di molteplici codici espressivi. Ci sono i (discorsi con) i complici e gli antagonisti; i sapienti e i furbi; gli amanti e gli amati: «Una parte di me / – certo lo sguardo -/ rimane sempre impigliata in te/…/ Tu ignaro mi pensi e credi/ di essere tu a sentirmi vicina/il tuo amore a farmi presente/ E invece qualcosa di me/in qualche modo in te/ sempre s’impiglia» (p. 82).
La specularità mi pare sia la figura semiotica fondamentale della rac¬colta, il tropo che, come in uno specchio, articola le sue quattro sezioni, che si rimandano l’una con l’altra: l’esserci e il tempo («Mio tempo»); l’impegno («Bello infinito»); la pratica d’amore («La fatica di amarsi») ed infine la possibilità dell’esserci («I ‘se’ e i ‘forse’»), una sezione che con¬clude ma solo riportando al punto di partenza, ovvero a quell’iniziale essere spazio-tempo che, in quanto vissuto, trova un’articolazione che non prescinde dalla categorialità temporale, anche se talvolta è cieca nei suoi confronti. Splendida, in questo senso, la sintesi categoriale ed esi¬stenziale in alcune liriche, per esempio nella poesia a p. 52: «Mi sono fermata a guardare il cielo…».
Dell’esserci e tempo abbiamo già accennato, ma non può sfuggire un commento alla splendida lirica iniziale incentrata sul paradigma «Mio tempo/ Mio spazio/ Mia vita» (p.7), che non ci porge il ritratto di un soggetto astratto e meta-descrivibile con i salvacondotti dell’astrazione concettuale, ma ci parla di una «creatura screanzosa», ossia trasgressiva, giocosa, paurosa e pensosa. Questo è il nuovo soggetto femminile, pen¬sato con un simbolico forte, anche se interstiziale e post-patriarcale.
L’impegno in «Bello infinito» rappresenta i mille divari tra «tra la mia vita/e /…/ la vita CHE HO» (p. 49), articolando una tematica che non si ferma alle soluzioni parziali e più o meno opportunistiche con cui si operano scelte esistenziali, ma si spinge alla profondità etica che interroga l’esserci, l’avere la vita che consente di avere una vita.
La pratica d’amore, definita senza reticenze banali «la fatica di amar¬si», appropria l’idea di continuità temporale eleggendo una generazione successiva (i/il figli/o) a testimone del desiderio di trasformare il mondo «grazie alla forza intima pressante/alla felicità di rileggere le cose» (p. 78). La pratica d’amore include la memoria delle relazioni passate (padre e madre vengono nominati esplicitamente, per esempio a p. 90 e 91), ed include la progettualità che nel presente si radica, posando lo sguardo su figli e nipoti, su una «Piccola figlia di mio figlio/ fagiolina non ancora pensata…» (p. 58).
Quel che ho chiamato «la possibilità dell’esserci», per preservare la fondamentale ontologia dell’etica in Anna Santoro, e per ricordare la non soluzione di continuità tra tutte le sezioni della raccolta, fino a quest’ul¬tima («I ‘se’ e i ‘forse’»), sottolinea l’articolarsi di un pensiero di donna che ambisce ad abbracciare il corpo percependo che è «variabile la so¬glia/ tra rumori e suoni – inesistente l’ombra/ senza luce e impossibile/ ogni forma in luce senza ombra» (p. 105). La rivisitazione di pieno e vuoto è determinata dal fatto che è «variabile la soglia» e non da una «sostanza» in sé, presente o assente.
Siamo davanti all’articolazione di una dialettica che non è una teologia negativa, né apofatica: siamo davanti ad una dinamica elementare, che è (anche?) quella dei segni, della scrittura stessa.
La sintesi dell’intera raccolta sta forse in una strofa, e in un verso che le fa eco spiegando la complicità della lettrice e del lettore con il s/ oggetto della scrittura: «È per cascate di colori/ per suoni e armonie/ per carezzosi sguardi/ e per amore/ che mi sono mossa / …/ A me piace progettare mare» (p. 69). Alla lettrice di Anna Santoro piace guardare, ossia: leggere e amare (che è un po’ come progettare il mare); alla scrit¬trice che leggendo si può immaginare non v’è dubbio che piaccia fare differenze, tante, e quelle che mai satureranno l’infinito mare.
Carla Locatelli
Università di Trento

1 Anna Santoro, certincantamenti. Venezia, Marsilio Editori, 2005, 127 p.