Smettiamo di definirli “incidenti sul lavoro”. Questa espressione è falsa e ignobile come quella che descrive gli assassini delle donne: frutto di passione sbagliata, di troppo amore, di, di.

Il nostro mondo è oscuro, ma non tanto da non farci vedere e capire che l’egoismo, l’avidità, il disprezzo per le altre, per gli altri, è un pozzo senza fondo e che è questo il problema base, quello che invade e sporca il resto.

Anche tutte le chiacchiere che oggi si fanno sull’ambiente, sul pochissimo tempo che resta, nasce da questo: dall’avidità e dall’incuria (perfino nei riguardi dei propri figli e delle proprie figlie) di coloro che immaginano di possedere un potere  infinito sulla realtà. E vogliono segnarla, perché il terrore della morte, la loro, gli è insopportabile.

Riporto qui un breve brano dal mio “Le cicale operose…”

“Ora intorno a noi c’è questo oggi.

Per una logica che non troverà mai ragione, ancora la guerra, l’ennesima, su bambine e bambini inermi, catturati nel mondo di sconsiderati adulti, ignari di un vivere diverso. Ancora donne aggredite violate uccise, soprattutto nelle loro case. Ancora, tra urla insulti minacce, nella sede che ci fa nazione sono passate leggi a rafforzare la potenza dei potenti e a umiliare gli umili. Ancora, in stanze chiuse, lingue strette tra denti e labbra, si contano appropriazioni e furti. Ancora una fila di morti sul lavoro che va dalla Sicilia al Piemonte, senza tener fuori la Sardegna. Ancora seriose affermazioni, Mai più, labbra serrate. E poi si ricomincia senza che passi neanche un giorno a interrompere la serie. Ancora ragazzi ottusi, visi deformati da odio e da paura, corpi volgari che inseguono e picchiano duro, sulla testa. Che vergogna per chi eccita copre deforma creature messe al mondo con fatica. Ancora denaro che va in fumo, lasciando mani vuote e occhi persi in chi ne aveva pochi e intanto prende forma in altre tasche, grazie a questa così detta crisi generale che invece colpisce solo molti, alcuni li lascia a godere più di sempre.

Oggi, ancora, il lavoro della dimenticanza si fa spazio nei cuori e nelle menti.

Sì, caro Giovanni, il tempo è fermo, siamo in uno spazio che si ripresenta di continuo. Come una diapositiva che, inceppandosi la macchina, non va avanti, o come quel vecchio LP con il solco sporco di polvere che s’incantava a ripetere le stesse note. Sì. Qualcosa di sporco ci tiene fermi. Non ci sono reazioni, se non disperate o molto intelligenti. Le persone assistono mute, poi cercano di distrarsi e non badarci, perché non sanno come affrontare la valanga di orrore e di pura cattiveria. Oppure seguono, morbose, ogni particolare in quell’arnese che anni fa il genio di Bonvi chiamò “arma letale”.